Sasso Piatto, Dolomiti

7 Mar

L’autunno è appena cominciato, il momento giusto per vivere un’avventura in alta quota. Ci vogliono due giorni almeno, e una notte in rifugio, perché sia davvero una camminata speciale. La meta scelta è il Sasso Piatto (il Plattkofel degli altoatesini), l’omonimo rifugio noto per la qualità che lo contraddistingue e i sentieri a cavallo fra Alpe di Siusi e Val Duron. Compagno di viaggio il vecchio amico Raff detto guance rosse.

Sabato 1 Ottobre 2008

Corriamo in auto lungo il Lago di Como di primo mattino. Solo l’acqua oltre a noi si muove delicatamente, riflettendo l’alba e disegnando forme misteriose, come una lavagna nera invasa di colori caldi e montagne prealpine. Questa vuol essere un’uscita ricca di esperienze diverse: culturali, sportive, naturalistiche, culinarie, mistiche. E le prime ore di macchina non smentiscono le aspettative, con la prematura nevicata che ha sorpreso le cime e le foreste di abeti e larici in piena veste ancora estiva.

Una prima fermata per bresaola e pane a Chiavenna, poi a Piuro una seconda tappa per un pacco di biscotti artigianali, famosi in valle ma sconosciuti ai più, che rallegreranno tutto il nostro viaggio. Sono questi piccoli produttori, consigliati da una coppia di amici intenditori, a mantenere vive tradizioni genuine, che ereditano lo splendore del burro, della carne e delle farine. Le curve del Maloja ci portano al primo passo, innevato e gelido, e ci consentono di sorprendere una Sankt Moritz ancora addormentata, avvolta in un’atmosfera invernale e rilassata.

Ancora curve e un secondo passo: terre d’Engadina che confermano la leggenda di Olimpia del turismo alpino e mostrano una cura e un’attenzione in piena contraddizione con le tendenze all’abbandono della montagna. Si torna infine in Italia entrando in terre che conosco bene, che ho imparato senza fatica ad amare e apprezzare. Una sosta in Val Venosta è sempre una festa, come d’obbligo è una fetta di Schwarzwald Torte e un tè caldo.

C’è stato un tempo in cui Fritz era un localino molto semplice, condotto da due vecchie signore zitelle incallite, premurose e di poche parole come le nostre nonne. La porta a fianco del vecchio bar ospitava una panetteria, forse il miglior vinschgau paarl che abbia mai provato. Ora le signore sono in pensione, il bar è stato rinnovato dai proprietari della panetteria e non si sforna più pane. Le torte però sono rimaste quelle buonissime di un tempo: davanti all’ampia vetrata con vista sul König Ortler affondo la forchetta e lascio correre i pensieri.

Non vedo riflessa la mia immagine nel vetro, ma è questa valle che si riflette dentro i miei ricordi. Le case, le persone sulla strada, le mele squisite in questa stagione, la Forst e la conca che ospita Merano, poi giù verso Bolzano con la prepotente industrializzazione della sua periferia, sono cartoline che ricevo dal passato e aggiorno al presente. Con qualche dolore, ma soprattutto gioia.

Le giornate sono ormai più corte e non possiamo perdere troppo tempo. Risaliamo ancora un passo, tra il Catinaccio (Rosengarten, giardino di rose: i colori delle Dolomiti al crepuscolo e all’alba) ed il Latemar. La spruzzata di neve della notte carica gli abeti, sembrano sentinelle a protezione delle fortezze alpine. Soldati candidi e silenti, protagonisti di una natura senza tempo. Non ci resta che godere l’ambiente con un’ultima tappa prima del sentiero, sulle rive del meraviglioso Lago di Carezza: un profondo blu-verde al centro della foresta improvvisamente invecchiata per il gelo. Una carezza per l’anima.

In Val di Fassa si conclude il nostro lungo peregrinare in auto e a Campitello non fatichiamo a trovare un posteggio gratuito. Il fuori-stagione offre molti vantaggi, regala momenti di vera tranquillità. Inforchiamo gli scarponi e velocemente siamo in cammino; al rifugio sanno del nostro arrivo ma l’ora si è fatta davvero tarda. La neve è caduta copiosa nella notte e presto ci rallenta il cammino, regalandoci però momenti di puro divertimento, immersi in morbide forme bianche su un sentiero che sembra perdersi ad ogni passo.

La salita è lunga e naturalmente dura. Nell’ultimo tratto si percorre all’aperto un’ampia riva che scende dal Sasso Piatto e restiamo esposti al vento da ovest, gelido come la neve che solleva in ampie folate. Ci ripariamo senza fermarci, risaliamo con i vestiti incrostati di ghiaccio, scrutiamo la sagoma del Catinaccio mentre il sole s’ingiallisce andando a riposarsi dietro lo Sciliar. L’arrivo al caldo del rifugio ritempra i nostri animi e sorprende i gestori, che ci credevano rinunciatari.

Noi invece ci convinciamo che il momento è buono per tornare fuori un’ultima volta. Risaliamo la riva sopra il rifugio e ci confrontiamo col vento per vivere uno dei momenti più intensi di sempre. C’è qualcosa di incredibilmente piacevole nello stare in piedi in mezzo alla bufera, senza arretrare di un passo, davanti allo spettacolo delle Dolomiti in abiti invernali. Un confronto con la natura che si riverbera dentro di sé in un confronto con i propri ideali, le proprie scelte, la propria strada. Il fresco entra fra le fessure delle barriere che opponiamo all’esterno, donando un brivido: mente fredda ma cuore caldo. Un punto d’equilibrio, precario ma intenso.

Scendiamo poi al rifugio Plattkofel. Ci cambiamo e ci dedichiamo alla serata, accompagnati dalla gentilezza dei gestori, dai loro piatti abbondanti e corposi, buoni secondo tradizione. Siamo in pochi a godere del tramonto e dell’atmosfera che si respira. Sento i muscoli pulsanti per la salita ed ho la percezione di vivere intensamente ogni momento. Non è speciale: è proprio una meraviglia, che non voglio perdermi.

Domenica 2 Ottobre 2008

Torniamo a tavola subito dopo essere strisciati fuori dal caldo del sacco a pelo e delle coperte. Basta un maglione o una tuta e già si banchetta con grassi e zuccheri, indispensabili per la giornata che ci aspetta. Bel rifugio il Sasso Piatto: alla mia seconda visita ritrovo il piacere di sedere alle sue panche, sfogliare i libri a disposizione, godermi le cime incorniciate nel legno chiaro delle finestre ristrutturate.

La colazione sostanziosa prelude ad una camminata difficoltosa. La giornata è splendida, di un blu che contrasta perfettamente con il bianco candore della neve. Decidiamo di scendere lungo la Val Duron per riportarci verso Campitello. Escludiamo di girare attorno a Plattkofel e Langkofel per la troppa neve: andremmo a camminare su un percorso precario e rischioso. Percorriamo allora la cresta che porta all’Alpe di Tires con davanti la mole imponente del Catinaccio, oggi un meraviglioso giardino di rose tutte bianche.

Camminare sprofondando ad ogni passo è divertente, ma anche difficoltoso, e così i tempi si dilatano tra una foto, una pausa di contemplazione e molte risate. I discorsi si perdono nell’aria pura, senza odori: un timbro neutro che lascia spazio alla fantasia. E’ l’effetto della neve, che copre tutto e rimescola le carte, intreccia i percorsi personali che finiscono per ritrovarsi solo dopo essersi persi. Un processo che può donare senso a chi crede d’averlo smarrito.

Ancora poche persone lungo i sentieri, giusto qualche straniero. Inevitabilmente il discorso cade sul disinteresse degli italiani verso la montagna, i malanni del nostro Paese ed i problemi che non risolviamo mai. Siamo buoni compagni su questi sentieri incrostati di ghiaccio, abbiamo un passo allegro, ci distraiamo facilmente: ma è questo il bello della condivisione. La tappa migliore la riserviamo al ricomparire dei primi prati verdi, nuovamente in mezzo ai boschi: bresaola, pane e biscotti, acqua, frutta. Elementi essenziali, che apprezziamo e consumiamo con gioia, assaporando tutto il gusto delle cose semplici. Piccole esperienze uniche, rintracciabili domani in nuove avventure.

L’arrivo all’auto è solo l’ultimo passo con gli scarponi. Ci resta la lunga autostrada, inizialmente sul fianco dell’Adige, poi tagliando la Pianura Padana e infine risalendo verso l’intaglio del Lago di Como. Morsico una mela venostana e penso al mio appartamento a Milano; poi alzo gli occhi verso il Monte Generoso, che sembra protendersi in un abbraccio ideale verso le terre basse. Una piccola cima che ogni anno risalgo velocemente, avido di panorami e tramonti, rimarcando la mia presenza in queste terre, la mia appartenenza ad un territorio di confine, una terra di mezzo.

Manca la musica, non mancano le chiacchiere. Così passano velocemente le ore e ci troviamo nei pressi di Como. Sono carico di emozioni dalla camminata e di pensieri per l’importante scadenza che si avvicina. E sorrido perché credo non avrei potuto passare in modo migliore l’ultimo fine settimana della mia vita da studente.

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Per vedere tutte le foto del Sasso Piatto, clicca qui.

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4 Risposte to “Sasso Piatto, Dolomiti”

  1. Ernesto 11 marzo 2009 a 16:56 #

    Grandissimo stefano, un racconto meraviglioso, ormai ti seguo da un pò, spero di poter esprimere le mie sensazioni come hai fatto tu sia dal punto di vista scritto che quello fotografico, il 10 Aprile parto per il NEPAL….

    • Stef 11 marzo 2009 a 17:27 #

      Ciao Ernesto!
      Si, in un paio di foto c’è un po’ di HDR: rende le foto molto profonde e ben saturate. In realtà sono ancora delle prove artigianali ;-)
      Grazie del commento e buon viaggio in Nepal! Come mai vai la? Ti invidio comunque, mi piacerebbe fare un giro in quelle zone…

  2. Ernesto 11 marzo 2009 a 16:57 #

    CIAO stefano ma sono HDR?

  3. Stefano Novati 12 marzo 2009 a 10:00 #

    detto Guance Rosse fa molto Coda di Lupo. Spettacolo.

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