Coltivare il proprio orto è un atto sovversivo

13 Feb

Vanno Vengono Ritornano…

Non sono le Nuvole di De André – ma i post del mio blog. Nell’incastro quotidiano di lavoro e interessi, finalmente riesco a tirare fuori una spremuta virtuale. E proprio di cibo voglio scrivere, con le parole (ben più autorevoli) di un americano che cerca, as usual, di salvare il mondo – mettendosi però In difesa del cibo

Cucinate e, se potete, coltivate il vostro orto.

Prendere attivamente parte ai processi intricati, infinitamente interessanti, che forniscono i nostri alimenti è il modo più sicuro per sfuggire alla cultura del Fast Food e ai valori che essa sottende: cibo rapido, a buon mercato e ottenuto senza fatica. Questo cibo è un prodotto dell’industria, non della natura; è semplicemente una fonte di calorie, non è più l’espressione dell’intimo legame che ci unisce ad altre persone e ad altre creature.

Finora sono rimasto più volentieri nell’orto che in cucina, ma ho imparato che fare esperienza di entrambe le cose porta a cambiare radicalmente il nostro rapporto col cibo. Un orto offre numerose soluzioni, pratiche ma anche filosofiche, al dilemma di cosa è bene mangiare. Il mio è modesto – un fazzoletto di terra davanti alla casa di circa tre metri per sei – ma ha una resa eccezionale, al punto che durante i mesi estivi rinuncio agli scatoloni CSA (i nostri GAS, ndr) e mi limito ad acquistare un po’ di frutta al mercatino. Nonostante il poco spazio, c’è posto per qualche albero da frutta: un limone, un fico ed un cachi. Poter coltivare da sé i propri prodotti è la soluzione più semplice per mangiare un cibo biologico di qualità. In questo modo è possibile avere alimenti di una freschezza incomparabile, e praticamente a costo zero: un paio di ore di lavoro alla settimana più il prezzo di qualche sacchetto di semi.

Lavorare l’orto aiuta a mantenere il corpo in buona salute ancor prima di sedersi a tavola; ma impegnarsi fisicamente per procurarsi il proprio sostentamento è opportuno anche da un altro punto di vista. Il più delle volte, infatti, quello che chiamiamo esercizio fisico è una fatica fine a se stessa; è dunque particolarmente gratificante poter dare ad essa uno scopo. Ma coltivare è anche lavoro mentale: bisogna imparare a conoscere le diverse varietà, trovare quelle più adatte alle caratteristiche di quel particolare orto, familiarizzarsi con i microclimi – le sottili variazioni di luce, di umidità e di qualità del suolo, persino nel più piccolo appezzamento di terreno – e sbarazzarsi dei parassiti senza dover ricorrere ai prodotti chimici. Niente di particolarmente difficile, e le soddisfazioni sono impagabili. Amo soprattutto l’ora che precede la cena, quando prendo il coltello e la cesta e vado nell’orto a raccogliere le cose più mature e gustose.

Coltivare piante ci ricorda infine il nostro antico baratto evolutivo con queste specie domestiche così ingegnose, l’intelligenza con cui sono entrate nelle nostre vite, offrendoci in cambio delle nostre attenzioni e di un poco di spazio i loro doni preziosi. Ciascuna ha un suo modo di annunciare – con cambiamenti di colore, forma, odore, consistenza e gusto – quando è il momento in cui ha il massimo da offrirci, quando è più nutriente e gustosa, ed è come se dicesse: raccoglimi!

Non sempre il risultato del nostro lavoro sarà quello sperato – è inevitabile -, ma anche gli insuccessi hanno un valore. Ogni volta che rimarremo delusi per la qualità del nostro prodotto, meno bello, meno squisito di quanto ci aspettavamo, proveremo un profondo rispetto per l’abilità del contadino che sa come ottenere il meglio in ogni circostanza.

Quando la cesta con la frutta e la verdura arriva sul tavolo della cucina, quando iniziamo a lavarla, tagliarla e sminuzzarla, pensiamo ad un sacco di cose: che cosa preparare, e come. Ma la nutrizione o la salute difficilmente sono in cima ai nostri pensieri. Guardate questo cibo. Non ci sono etichette con gli ingredienti né pretese salutistiche. Non c’è niente da leggere tranne forse una ricetta. E’ ben difficile, davanti a prodotti del genere, pensare in termini di nutrienti o composti chimici. No, questo è cibo vero, così fresco che è ancora vivo, e comunica con noi tramite il profumo, il colore ed il sapore. Un bravo cuoco tiene conto di quello che gli dicono i sensi prima di decidere cosa fare con la cesta piena di possibilità sulla tavola: con che cosa mischiare le verdure; come e quanto lavorarle. Ora la cultura culinaria prende il sopravvento. Questa cultura si esprime in quelle tradizioni centenarie che costituiscono le cucine dei vari paesi, regioni, ecc., ciascuna delle quali contiene più saggezza sull’alimentazione e la salute di quanta ne troverete in qualsiasi articolo di giornale o rivista sulla nutrizione. Il cuoco non ha bisogno di sapere, come gli scienziati ci hanno recentemente spiegato, che cucinando i pomodori con l’olio di oliva il licopene dei pomodori diventa più facilmente assimilabile dall’organismo. No, il cuoco sa già per conto suo che l’olio di oliva con i pomodori è un’ottima idea.

Chi cucina dispone di una conoscenza degli alimenti che nessuno studio del supermercato o lettura di etichette potrà mai eguagliare. Avendo tolto il controllo del pasto dalle mani degli scienziati e dell’industria alimentare, sa esattamente cosa contiene e cosa non contiene. Non ci saranno problemi con lo sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio, o con i digliceridi etossillati, o con l’olio di soia parzialmente idrogenato, per la semplice ragione che non etossilerà o idrogenerà un bel nulla, né aggiungerà alcun additivo (a meno che, beninteso, non sia quel tipo di cuoco che inizia con una lattina di zuppa di funghi Campbell…). Rivendicare questo potere sul proprio cibo, sottrarlo all’industria e alla scienza, non è cosa da poco.  Nella nostra epoca cucinare con i semplici prodotti della natura e coltivarne una parte è un atto sovversivo.

E ciò che questi atti sovvertono è il nutrizionismo: la convinzione che il cibo sia innanzitutto una questione di nutrizione, una questione così complessa che solo gli esperti e l’industria possono occuparsene. Quando cucinate con un cibo vivo come questo – questi frutti così eccezionali, queste foglie e questa polpa – non rischiate di scambiarlo per una merce, una fonte di calorie o un insieme di nutrienti chimici. No, agli occhi del cuoco, o del giardiniere, o dell’agricoltore che lo ha coltivato, questo cibo si rivela per quello che è: non una mera cosa, ma una rete di rapporti tra un gran numero di esseri viventi, umani e non umani, tutti dipendenti gli uni dagli altri e tutti in ultima analisi radicati nel terreno e nutriti dalla luce del sole. Penso ai rapporti tra le piante e la terra, tra il coltivatore e le piante e gli animali che alleva,  fra il cuoco e i coltivatori che gli forniscono gli ingredienti, e tra il cuoco e le persone che tra poco siederanno a tavola a godersi il pasto. E’ una grande comunità da nutrire e da cui essere nutriti. Il cuoco che prepara un pasto a partire dai prodotti animali e vegetali alla fine di questa cortissima catena alimentare avrà molte cose di cui preoccuparsi, ma la “salute” non sarà certo una di esse, perché è garantita.

Secondo me queste parole risvegliano l’interesse per ciò che mettiamo in bocca (e c’è chi ne ha già discusso). La carne da mettere al fuoco è tanta, e ci sarà tempo per le altre portate. Ora, chiedo scusa, ma ci sono le frittelle di carnevale fatte secondo la ricetta della nonna ed un profumatissimo té Oloong che mi aspettano.

E’ o non è Carnevale? Buon divertimento!

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Una Risposta to “Coltivare il proprio orto è un atto sovversivo”

  1. sara 6 giugno 2013 a 19:52 #

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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