Archive | luglio, 2010

NorthForth/5 . Amsterdam

30 Lug

Dopo un lungo viaggiare fatto di campagne luccicanti e borghi lussureggianti, i viaggiatori entrano sulle proprie gambe nella città dei canali concentrici, che l’auto non si addice ad un terreno così delicato. Incrociati da agili ciclisti, incuriositi da passanti colorati, perennemente con gli occhi sgranati per la successiva sorpresa: ad Amsterdam si arriva credendo di conoscerla, ma si scopre presto di averla appena intravista.

Coffee shops e vetrine a luci rosse, locali traboccanti d’euforia e placidi canali dove perdersi, dolci artistici per rilassare la mente, quartieri ricreazione senza orari e la benedizione del pane quotidiano, popolosi mercati e persone mai ferme, eppure rilassate… a comporre l’anima di una città invisibile. Perché oltre la valanga colorata della materialità di cui si vanta, moda design divertimento sesso cibo stupefacenti turismo alternativismo, la città sembra rimanere invisibile, celando come un tesoro la propria verità.

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Neppure 24 ore per scoprire questa verità: giusto il tempo d’inebriarsi e lasciarla con la voglia di tornarci presto. Ho capito che la vera dipenenza di cui si corre il rischio è quella per Amsterdam stessa: la percezione di libertà, la sensazione di rilassamento, la voglia di cercare il bello della vita, il piacere della condivisione con gli altri, il sereno ritrovarsi con se stessi, un sentimento di apertura che pulsa continuamente.

Le droghe sono un optional, il cibo un passatempo, la moda una fuga, i divertimenti una scusa – ma tutto torna ad Amsterdam: ogni cosa sembra quadrare per magia, trasformando le esperienze in emozioni. Come il tempo che si perde per strada, i piani della visita che si cancellano dalla memoria… Più ripenso a quelle poche ore, più mi sento incapace di un racconto, poca cosa rispetto all’esperienza diretta.

Amsterdam merita (almeno) un ritorno. Perché ha la rara capacità di offrire risposte alle nostre domande. Non subito: quando viene il momento. Quell’attimo in cui sembra tutto chiaro, in cui troviamo la nostra verità – o almeno ne comprendiamo una piccola parte. Che sia questo regalo in differita, la natura segreta di Amsterdam?

Una città invisibile che rende visibile la verità. Ma forse tutto dipende da noi, dallo zaino che portiamo in spalla. Nel mio ho ritrovato un curioso libro, regalo di un caro amico, ma anche scoperto un diario di viaggi fuori dal comune. Una miscela unica, fatta di coincidenze troppo belle per essere frutto del caso. Ad ognuno il proprio destino ;-)

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

In qualche modo Amsterdam è l’ennesima bolgia terrestre dove vizi e peccati degli uomini trovano terreno fertile per prosperare. Un simbolo tra i tanti della decadenza del nostro tempo, di un occidente alla deriva, di un’Europa sbronza del proprio egocentrismo.

Eppure Amsterdam è anche un centro pulsante di energia positiva, di fantasia applicata e innovazione liberata, una terra capace di frutti meravigliosi.

Sta a noi distinguere chi e cosa, facendolo durare, e dandogli spazio…

NorthForth/4 . Fiandre

21 Lug

L’assoluta immobilità della congestione stradale intorno alle città, presagio di un incredibile traffico umano… Oppure la placida campagna tra città medioevali e centri artistici, allegramente colorata da animali e fattorie…

Due immagini a contrasto inviateci dall’unico canale disponibile in auto: tra parabrezza e tettuccio è possibile cogliere scene di vita in movimento senza sosta! Bici che sfrecciano ovunque. Lunghe file ordinate di alberi ad entrambi i lati. Tante, tantissime vacche che presidiano il territorio. Terra verde che lentamente scende per immergersi asciutta sotto il livello del mare. Strisce bianche a disegnare percorsi precisi sul porfido delle città. Sensi unici per nulla rari. Canali mai dritti e gente spanzata al sole, e patatine fritte con le salse, e bancomat introvabili nella patria del capitalismo…

Ecco le Fiandre. Un minestrone molto speziato con ingredienti di stagione. Dopo aver accolto le birre di Westvleteren ci siamo immersi nelle terre basse, ovvero il nord del Belgio, senza farci mancare né campagna né città. Una toccata a Brugge (Bruges) in campeggio, una sveltina a Gent (Gand o Ghent) ed una sbirciata ad Antwerpen (Anversa, o Antwerp): tre punti fermi, in continua evoluzione. Poco oltre l’Olanda, con la sua grande città di canali e cicli ad aspettarci!

* Brugge ricorda Venezia non tanto per l’acqua, quanto per il fatto che sembra un giocattolo commerciale a disposizione di qualsiasi turista. Che altro non cerca, probabilmente…. Ristorantini, piazzette, palazzi curati, prezzi alti e qualità difficile: il pacchetto perfetto della moderna giostra turistica. E quindi, anche per noi, imprendibile :-) Ma proviamo ad essere furbi e ci rifugiamo in un piccolo e fresco campeggio oltre le mura esterne. Lasciamo sfogare il tempo con le ultime piogge e gironzoliamo per vie praticamente deserte. Il fuggifuggi del turista diventa il nostro grande momento di libertà, padroni per una sera del borgo e di tutto quello che cela! Piccolo banchetto al piano superiore di un localino per nulla locale, tra tapas curiose e vini stranieri – facciamo i diversi ma la pausa viene naturale, dopo e prima di tanta altra belgitudine.

La notte di sonno tranquillo spegne ogni mal di viaggio, così mi concedo una corsa nel sole che lentamente, fra vapori trasparenti e strade umide, svela una Brugge sconosciuta. Pani in cassetta e mercatini di frutta/verdura, lavoratori in bici con giornale sul portapacchi, gente in attesa del ponte levatoio sotto la torre di cinta, ristoratori che bevono il primo ed unico caffè in pace di tutta la giornata, ancora capaci di un sorriso rilassato. Non poteva che risultarne una colazione improvvisata fuori dalla tenda, anche per festeggiare il battesimo outdoor di Anto ;-) Pacchi incastrati e auto rimessa in pista, ci godiamo poi la campagna senza nessuna fretta!

* Gent sembra un fuori programma – e lo diventa nei fatti: bella, come l’incontro improvviso con una donna che avevamo aspettato tanto a lungo. Esce il sole, l’atmosfera si scalda, il borgo pulsa di vita e tutto sprigiona allegria. Negozi, canali, locali, cattedrali e cantieri… un carico di scene curiose e piacevolissime. Scopro un Duomo notevole, mistico ed artistico, con una cripta che affonda nella storia d’Europa. Scopriamo che le vie migliori, senza lavori di ammodernamento e piacevoli anche solo da guardare, sono quelle d’acqua, dove cittadini e stranieri si dissetano d’estate ad occhi chiusi. Gustiamo un cartoccio di frites in piazza, una gauffre a regola d’arte in un fumoso bar che puzza d’antico, ed infine alcune caramelle stucchevoli come il sorriso che mostrano.

Abbandonare Gent per rimettersi in strada sembra un delitto. Ma un’altra località ci attrae –  o almeno ha catturato il sottoscritto, già anni fa: Antwerpen, per me città della storia economica, del capitalismo e del commercio, del porto sconfinato e delle culture rimescolate ogni istante. E come spesso accade dopo una lunga attesa, è facile rimanere un po’ delusi. Inizia tutto con il primo traffico, le code e l’immobilismo che tanto contrastano con il piacere dei momenti all’aperto in piena libertà. Ma conquistiamo anche la vecchia tigre, buttando il bagaglio in ostello ed infilandoci in centro, affamati e curiosi come non mai!

* Antwerpen sembra avere tutto – e rischia di dire poco. Moda stiracchiata, vecchi commerci, antico splendore che fatica a riflettersi sull’oggi. Le sponde del grande porto ingialliscono nella luce crepuscolare che avvolge la città. Lo spirito del posto si materializza in un lunghissimo tunnel sotterraneo, che non porta praticamente da nessuna parte: affascinante come ogni cosa che decade ed accende emozioni dimenticate. Sembriamo ora quattro sbandati senza punti di riferimento, senza mete per la cena o destinazioni per lo shopping, e indirizzi per le visite. Una serata ed una mattina passati a vagare nei momenti speciali che solo l’assenza di piani preconfezionati può donare.

Resta così un po’ il vuoto di una città immateriale, effimera, giocata su ricordi luccicanti ed illusioni mondane. Il ritmo allora rallenta, il passo è sempre meno carico di aspettative e ci si lascia cogliere dalle idee più semplici – spesso anche le migliori! Seduti ad un tavolino, birre belghe a ruota libera, pane e companatico improvvisati, aria trasparente ad accompagnare i nostri non/pensieri. Momenti di vuoto puro, di cervello in stand-by che attende, pronto ad accogliere. Tutti presenti, eppure completamente assenti: il bianco della pagina nuova in una storia ancora da scrivere. Solo Antwerpen poteva riuscirci :-)

Questo piccolo, inatteso momento di verità in compagnia dura il tempo di una birra (o più birre ;-): affatto infinito, semplicemente umano. Incominciamo ad intravedere l’Olanda oltre il vicino confine ed i pensieri si riaccendono… sono sirene che cantano e noi non abbiamo la forza di resistere. Antwerpen svanisce così dal nostro viaggio, uscendo di scena con nuove code, traffico e noia: ogni vera storia ha il suo intreccio – dopo un momento di svolta, arriva regolare la caduta.

Che prepara al successivo climax…

NorthForth/3 . Bruxelles

10 Lug

Come iniziare bene una giornata? Pane croccante, coltello imburrato e palato deliziato!

Gli alsaziani vanno e vengono, nessuno rinuncia a croissant e baguette. Ma noi siamo in ferie e guardiamo incuriositi, per questa volta, i lavoratori di fretta. La capitale del Belgio sarà la prossima tappa e vogliamo partire dall’Alsazia conservandone il gusto il più a lungo possibile…

Appena fuori Bruxelles risiede un vecchio amico di famiglia di Anto: perfetto esempio di italians – Severgnini avrebbe di che divertirsi. Imprenditore, intraprendente, flessibile, cuoco per spirito e sempre sorridente. Un piacere farsi ospitare nella bella casetta, prima di prendere di petto il caos della città. Non sarà un incontro facile venendo da vigneti, boschi e micro paesi.

“Svaligiamo” in un ostello, classicissimo e internazionalissimo, proprio come la città che ci permette di visitare. Luogo di incontro/scontro tra Vallone e Fiandre, belgi del nord e belgi del sud, cultura fiamminga e cultura francese. Città istituzionale, nazionale ed europea, carissima e lussuosa. Con alcune peculiarità che, da sole, giustificano almeno un scappatella. Anche fugace, come la nostra!

La combricola è ora al completo: nel quartiere più malfamato ed autentico della città incontriamo Cambo e Ale che si pentono immediatamente di non aver studiato bene il meteo di Bruxelles. Sono giorni di pioggia e freddo, giacche a vento e scarpe buone da mettere ai piedi. In città incontriamo anche una vecchia amica che gentilmente si improvvisa guida per noi: la cara Fra del liceo, oggi alla prova della macchina europea, tra vincoli (tanti) e privilegi (pochi).

Noi siamo comunque ben intenzionati a cancellare la politica dalla nostra agenda. Vogliamo occuparci di Bruxelles come capitale della birra e del cioccolato… O almeno, il sottoscritto si appassiona a questi due prodotti – mentre gli altri si affannano, talvolta goffamente, a seguire le mie spedizioni tra praline e boccali. Non che la cosa li disgusti, ovviamente ;-)

Ho trovato una città sempre più fissata su fave e luppoli: negozi di cioccolato ovunque e per ogni gusto, centinaia di diverse varietà di birra, alcune al limite del ridicolo. Bruxelles come somma delle tradizioni nazionali, certo, e concentrato delle tendenze commerciali di maggiore successo. La capitale di un Paese che si vende in una pralina, da buttar giù con una birra. O magari ormai si svende?

La mia curiosità non può che essere appagata in un modo: provando, degustando. In questo caso, un compito squisitamente piacevole – ed esagerando anche un po’ rovinoso! Si parte all’aperitivo con una prima birra A la Mort Subite per scaldare animo e corpo. Si apre così il mondo delle birre belghe, dalla Gueuze alla Witbier, dalla Kriek alle Trappiste – insomma, di una cultura alternativa al vino. A cena proviamo qualche piatto tradizionale: stoemp, waterzooi… Cucina gradevole in un locale simpatico – che smentisce per una volta i pregiudizi sulle piazze centrali delle città :-)

Prossimo locale, nuova birra. In verità non una, ma quasi mille varietà – giusto per far venire subito il mal di testa e non pensarci più! Difficile resistere alla voglia di provare di tutto, rischiando di mescolare troppo e non capire più nulla. Eppure riesco a deviare le birre più forti, come le fantastiche St Bernardus Abt 12 e Maredsous 10 (indicativamente, i numeri sono la gradazione alcolica!), ai miei compagni di viaggio, per dedicarmi completamente ad un tipo di birra particolare, l’anello mancante tra vino e birra… la Lambic.

Acida, quasi ferma, apparentemente spenta e decisamente difficile da comprendere… ti conquista, se mai ci riesce, solo lentamente. Descrivere queste birre non saprei, perché siamo in grado di riconoscere solo i gusti che conosciamo. E questo proprio non sappiamo cosa sia! Al naso trasmette l’essenza stessa della fermentazione, che in questo caso è naturale e lunga anni interi. Al palato esprime il malto in tutta la sua splendida complessità, sempre diverso, mai scontato.

Assolutamente da provare e riprovare, senza fermarsi alla prima disgustata reazione (solitamente ;-). Anni fa ne ero rimasto incuriosito – ora ne sono rimasto affascinato. Come poche altre cose, misteriosamente mi ha conquistato, accompagnandomi lungo tutto il viaggio. E ora che sono nel Bel Paese, regno della birra chiara amarognola e spesso inutile, ritrovarla sarà un’impresa non facile!

La serata si chiude dopo vari boccali, in un allegro delirio che giustifica il nome del locale, così come l’agognato letto. Eppure dormo poco, non voglio restare in branda: il giorno è nuovo ed è il momento di lasciar perdere i liquidi per concentrarsi sulle consistenze vellutate, morbide ed appaganti del cioccolato belga. Una buona colazione, anche se un po’ combattuta (la mia vita per un bicchiere d’acqua… mai avuto, sigh!), prepara al vizioso giro di Bruxelles che ho in mente: diversi maitres chocolatiers per diverse interpretazioni delle stesso prodotto.

Da qualche parte ho letto che la Francia si è imposta nel tempo coma la patria del cioccolato scuro (noir), la Svizzera è diventata la protagonista di quello al latte (perché non sanno più dove metterlo?), mentre il Belgio e Bruxelles in particolare ha fatto evolvere la materia prima in arte assoluta: quella della pralina e delle sue tante varianti. Ganache, créme fraiche, truffle, manon, fruits ricoperti… c’è qualcosa per ogni palato!

In città si trovano negozi di tutte le più importanti case produttrici a livello mondiale. Molti ormai sono produttori commerciali, fra cui alcuni di alto e altissimo livello, come Valrhona con i suoi quadretti purissimi o Marcolini con le sue composizioni che sembrano prender vita. Altri sono abili commercianti che offrono un buon prodotto medio ma mai scontato – e sono la maggioranza: Nuehaus, Godiva, Leonidas e molti (troppi) altri. Il difetto di questi ultimi è l’omologazione dei prodotti, nonostante la ricerca continua di unicità.

Restano infine i pochi artigiani. Anche se non sempre vale l’equazione artigiano = arte = prodotti unici – qualche volta i conti tornano (qui, qui e qui per altri dolcetti). E pure i clienti, evidentamente, conquistati in gola e mai più capaci di saziarsi. Personalmente, ho trovato la mia epifania da Mary, raffinato e appartato maitres le cui praline sciogliendosi in bocca infondono sensazioni difficilmente paragonabili.

Ma è pur sempre vero che anche altrove si possono vivere esperienze simili. Per me resta insuperabile un vecchio barbone toscano… Questione di gusti, forse. Questione di umore, cultura, predisposizione nel corpo e nell’animo? Sicuramente. E poi c’è quello che sentiamo nel momento stesso in cui viviamo un’esperienza: incalcolabile e imprevedibile. Unico. Quel momento, un istante a volte così intenso e rapido da sfuggirci sotto il naso, dona ad ogni cosa tono, aroma, colore, vita.

Infatti rimango col rimpianto delle patatine di Chez Antoine in Place Jourdan, squisite senza paragoni eppure mangiate frettolosamente e quasi disgustate per l’agitazione. Purtroppo me ne pento solo lungo la faticosa strada che porta nelle Fiandre Occidentali, quasi al confine con la Francia. La meta è ancora qualcosa di unico, speciale come poche altre cose. Eppure, mi chiedo, vale l’amarezza dello stress?

Al momento non si può sempre risolvere il dubbio. Bisognerebbe cancellare tutto e ripartire a mente fresca – cosa quasi impossibile. Così la rara e decanta Birra Vestvleteren entra nel baule ormai colmo dell’Audi, per restarci a lungo. Ovviamente proviamo le birre nel vicino bistro e ne apprezziamo qualità e sapori notevoli. Eppure manca quel qualcosa che renda speciale il momento – non potendolo creare a tavolino, si può solo aspettare e restare all’erta.

Ora questo prodotto dei monaci cistercensi, che tanto lavoro e meditazione racchiude in 33 cl di bevanda scura, riposa nell’ombra. Riposa al riparo da cattive intenzioni – le mie, come quelle di tutti, che vorrebbero farne qualcosa di forzatamente speciale, oppure qualcosa di inutilmente banale. Birra o arte, questo il dilemma! Che vale per il vino, il cioccolato, il tartufo e il caviale, il pata negra e l’aragosta blu… per ogni prodotto alimentare che sia entrato nel circolo vizioso ma prezioso del consumismo.

Quella birra aspetta il suo momento di verità, mi sono detto. Perché, per una birra come per l’uomo, un momento di verità è quello che ne rivela la natura profonda: materia e arte in una unione che è comunione con chi ne fa esperienza. Aspetta, ma solo di essere consumata un giorno, prima che quella verità sfiorisca nella morsa del gelo – ovvero il disinteresse, la mancanza di passione che è il grande peccato del nostro tempo.