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Odles und Alm

17 Ott

Ovvero, come ritornai in Alto Adige con passo lento e deciso

Al terzo piano c’è un parcheggio che ricopre quasi tutto l’enorme edificio. Appoggiato al muretto del lato ovest, ho respirato l’aria della zona industriale e osservato l’altopiano del Renon fino a quando le luci del giorno sono svanite.

Si è così consumato, senza botti né compagnia, il mio ritorno in Alto Adige.

Bolzano poggia in una conca al confluire di tre fiumi: Isarco, Talvera e Adige; sorge in posizione soleggiata, relativamente a bassa quota. E’ una città calda d’estate e fredda d’inverno, industriale e ricca ma anche popolare e tradizionale, divisa e purtroppo contesa tra italiani madrelingua italiana e italiani madrelingua tedesca. Un luogo d’unione e di confine, che la natura e la storia ha reso importante e trafficato.

Trovare casa, comprare l’essenziale, pulire un poco e sistemarmi, iscrivermi al corso di lingua, iniziare un nuovo lavoro. Esplorare, scoprire, capire, imparare. C’è abbastanza materiale per un grande pasto, col rischio di abbuffarsi e rimettere. Ma anche con l’entusiasmo per le tante novità; che sono anche dei ritorni. Ogni luogo, come ogni persona, cambia spesso volto, ma conserva una propria essenza che è possibile ritrovare. Sempre.

L’Alto Adige non mi è certo sconosciuto e l’ho cercato tante volte prima d’ora, sia sul piano materiale che sul piano umano. Suggestione indotta dal turismo, forte amore per la montagna, ammirazione per il lavoro dei locali, ricerca di mete sempre più alte. Mi sento un po’ come quei bravi ragazzi inglesi di metà Ottocento che cercavano la Svizzera col mito delle altezze paradisiache, del buon alpigiano, dello spirito assoluto.

Un pugno di signorotti inglesi che hanno scalato tutte le cime dell’arco alpino, nonostante fossero coscienti d’inseguire un immaginario alpino inesistente nei fatti. Anche io me ne rendo conto, ma oggi è più facile: 150 anni di massificazione e industrializzazione lasciano il segno, pur non cancellando le vecchie tracce.

Sono venuto per lavorare, per realizzare progetti, per condurre da me la mia canoa. Sono aperto a tutto ciò che incontrerò strada facendo, soprattutto gli insegnamenti che ogni nuovo cammino porta con sé. Le difficoltà non mancano mai, soprattutto nelle cose per le quali vale la pena vivere. Se avevo timori, erano quelli di finire lentamente confinato in una vita cittadina fatta di aperitivi, nervosismo e magre consolazioni.

L’avvicinamento all’Alto Adige è stato un sentiero lungo e complesso, ricco di emozioni positive e anche negative. Ho capito che ogni cosa bella, ogni traguardo, non si può ottenere subito, su due piedi. Ci vogliono molti passi e molti sforzi, ma è l’unica strada da percorrere. E nel mezzo le sorprese non mancano mai. Mesi in cui mi sono rafforzato, lavorando sulle tante debolezze, cercando di migliorare le soluzioni ai problemi di sempre; e giocando d’equilibrio sui valori che sento, pochi ma essenziali e sempre più convinti.

Non potevo certo farmi mancare una camminata per celebrare, quindi imprimere nel cuore e nella mente, il nuovo corso che ho intrapreso. E mi sono concesso anche il bis, cambiando formula per salutare il definitivo ritorno della MTB nella mia vita. Un bel giro ad anello intorno alle Odles il cammino, un percorso sali e scendi sugli alpeggi dello Sciliar il giro in bici.

Ogni trekking sulle favolose cime dolomitiche offre un genuino incontro con la natura, tanto da lasciare inebriati, e assieme un perfetto esempio di come questa sia considerata una mera merce da vendere e rivendere senza sosta. Ma nonostante tutta le sciocchezza di cui siamo capaci come genere umano, le rocce con gli alpeggi e le foreste, così come alcuni esempi di vera economia alpina contemporanea, resistono e restano le protagoniste.

La MTB offre la possibilità di coprire lunghi percorsi, ma non tanto frettolosi da lasciarci indifferenti. Arrivare a Tires e poi sotto lo Sciliar con i propri piedi è una bella fatica, goduta nella fredda ma soleggiata mattina autunnale. Inoltre, con i sensi allenati e attenti è possibile districarsi fra fasulli masi e veri alpeggi, fino alle malghe dove addentare mele fresche e soddisfare ogni appetito con vero speck e una manciata di caldarroste.

Eccomi qui, senza “connessione” col mondo lontano dove sono cresciuto, ritrovando proprio quelle cose che della mia terra amo di più. E’ strano e curioso sentirsi a casa mentre si è lontani da questa, vivendo in un lager senza tante comodità date ormai per scontate.

Ma riflettendoci bene ho tutto quello che mi serve, in abbondanza: dipende solo dalla prospettiva, e dalla passione con cui si vive.

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La Compagnia del Devero

31 Lug

Ci sono situazioni in cui tutto sembra sotto controllo; altre in cui ogni elemento si compone in modo autonomo e imprevisto, inseguendo una logica precisa quasi vivesse di un proprio spirito. E ci sono luoghi che troppo spesso non sanno più stupirci, forse perché sterili (loro) e annoiati (noi); ma ci sono ancora scorci e viste che infiammano il cuore e trasportano in altre dimensioni.

La storia che racconto inizia da una grande curiosità e dalla voglia di passare una notte in tenda. Curiosità per quella remota regione del Piemonte che prende il nome di Alto Ossolano, per quei parchi naturali dai nomi leggendari: Alpe Veglia, Alpe Devero e Val Formazza. Voglia poi di sdraiarsi in tenda con il cielo stellato per soffitto in luoghi che solo i più temerari raggiungono, nella serena glacialità degli alti prati incontaminati.

I preparativi sono un calderone di progetti modificati, compagni che si aggiungono all’ultimo, improbabili tentativi di voler fare tutto in zero tempo: come da copione. Poi si parte e si cerca di riguadagnare la giusta serenità. Il viaggio non è lungo e nel tardo pomeriggio riusciamo a mettere gli scarponi sul sentiero. Località definitiva l’Alpe Devero, con percorso da decidere al momento.

Siamo alla fine in sei: mio fratello Andrea, Raffaele, Paolo, Marco e Silvia. Non conosco metà del gruppo e dovremo adattarci alle esigenze della compagnia quanto a tempi e scelte di sentiero. Questa per me è una condizione scontata quando si cammina assieme ad altre persone: non è necessario procedere tutti ammassati, ma la direzione e lo spirito deve essere comune, condiviso.

Saliamo ripidamente evitando la strada asfaltata ed i centri abitati. La natura ci appare immediatamente intensa e ancora selvaggia, lasciando preludere agli alpeggi che attraverseremo poco più in alto. Passiamo alcune stalle e sorprendiamo le vacche dell’alpe Sangiatto mentre si radunano chiamate dai pastori. So bene quale latte dorato producano in appena due mesi questi animali: una volta cagliato intero crudo e cotto brevemente, viene raccolto in forme di media pezzatura e lasciato riposare almeno 60 giorni. Ne esce il Bettelmatt, formaggio raro e unico, prodotto solo da pochi alpeggi.

Pregusto la possibilità di assaggiarlo il giorno successivo all’agriturismo prenotato, dove il proprietario del Sangiatto si offre nelle vesti di ristoratore. Ho deciso che questa camminata deve essere più godereccia e meno impegnativa rispetto alle ultime “imprese”. Lo Stelvio produce i suoi effetti. I passi faticosi, il freddo pungente già alle 20, l’incertezza del non avere un caldo riparo per due giorni, devono avere un senso. Vogliamo divertirci, star bene insieme, godere la natura più vera: tre piccole cose che valgono ben qualche sforzo!

Ci alziamo sopra i 2000m e percorriamo i prati degli alpeggi attorno al Lago di Devero. Sono ripiani di un verde intenso, battuti dal vento da nord e interrotti qua e la da un larice e qualche roccetta, mentre alcuni laghetti di montagna riflettono le cime bianche di fresca neve e le nuvole ornano il lento tramonto. Attraversiamo vaste brughiere di rododendri in fiore dal profumo deciso, cascate di mirtilli ancora senza frutto e campi ricchi degli svariati colori della flora alpina.

Un giorno dovrò imparare a riconoscere i fiori e tutte le piante: soffro questa lacuna che toglie la parola all’emozione di questi incanti. La luce della sera corona ogni cosa di un’aureola dorata e trasforma definitivamente il cammino in un’idilliaca ascensione verso il ripiano dove decidiamo di bivaccare. La contingenza ci riporta alla realtà dei nostri corpi infreddoliti e affamati: c’è giusto il tempo di mangiare e poi dritti in tenda alla disperata ricerca di calore.

La notte intanto si accende di un firmamento senza paragoni. Solo la camminata al Lai da Rims può accostarsi all’intensità di questo momento, con la testa fuori dalla tenda… mi sento trascinato in un’altra dimensione, che non sembra neppure umana, o terrena. Percepisco la grandezza del mondo in cui viviamo, l’unicità della vita che percorriamo. Il tempo e lo spazio svaniscono e per qualche attimo non ho altri sentimenti dentro di me che pace e serenità, calma e quiete. Meglio di un sogno giocato sui propri desideri.

Cerco la mattina tutta notte. La trovo all’alba e mi vesto per percorrerla fino alla cima dei dossi alle spalle delle tende. Una scarsa luce penetra nuvole nere e irradia i monti in lontananza, adombrando nel buio i campi sotto i miei passi. Fanno capolino solo fiori gialli, quelli che io credo siano Mottolina, l’erba fondamentale per il latte d’oro delle vacche locali. Intanto riescono già a rendere ogni cosa dorata e senza dubbio sono un regalo bellissimo per l’uomo che s’inginocchia fra loro meditando qualche minuto.

Scendo lentamente, gustando ogni fruscio d’erba e ogni cambio di luce, per raggiungere le tende ancora immerse nel sonno. Ma la compagnia deve alzarsi, se vuole combinare qualcosa in questa domenica benedetta da ogni elemento del cielo e della terra. Mangiamo con allegria tutto quello che rimane nei nostri zaini, condividendo pane, dolci, miele, tè, cioccolato. Rassettiamo le nostre cose e ci curiamo di lasciare il posto meglio di come lo abbiamo trovato.

Riprendiamo la salita per un breve strappo di 100m e percorriamo un altopiano da poco risvegliatosi dal gelo invernale. Siamo a metà Luglio e ancora attraversiamo chiazze di neve: gli alpeggi più alti sono ancora vuoti, la transumanza è in ritardo. Chissà se questo produrrà formaggi migliori o peggiori: non conosco i segreti di questa arte antica, fatta di sacrifici e rinunce quando condotta con metodi tradizionali.

L’alpe Forno rappresenta per il nostro cammino il giro di boa: da questo punto parte la discesa verso il Lago di Devero e Crampiolo. Il paesaggio cambia rapidamente, puntellandosi nuovamente di larici dagli aghi piccoli e verde chiaro, segno di una primavera senza fine. Il vento spazza e infreddolisce ma il sole si fa prepotente e sulle sponde del lago ci troviamo in un clima caldo e umido, più accogliente. Ma anche più trafficato: sono numerosissimi i turisti a passeggio che se ne infischiano dei falsi cartelli di pericolo lungo il sentiero e spendono la domenica fra le montagne ossolane.

La nostra compagnia intanto ha intessuto vari discorsi che toccano i temi del lavoro e della vita. Si parla di sport, di alimentazione, di italianità e di passioni personali. Alcune ore d’intensa vicinanza favoriscono le relazioni umane, anche se non sono spesso sufficienti per creare solidi legami. Prendo parte ogni tanto al chiacchiericcio ma mi godo anche dei tratti di strada in pieno silenzio, cercando la compagnia di me stesso. Conoscere gli altri richiede tempo e dedizione, allegria e sincerità; ma conoscere sé stessi è ancora meno agevole: ci vuole coraggio e voglia di scavare in profondità.

La compagnia ha bisogno naturalmente di qualcuno che la conduca, e come spesso succede in cammino con il sottoscritto, non c’è bisogno di un’elezione democratica per assegnare il ruolo. Accompagno con lo sguardo la diga del Devero e senza perdere tempo punto sull’agriturismo di Crampiolo: sono le 14 e siamo pronti per degustare le specialità locali, essendocele sudate e meritate. Ma non abbiamo considerato il fatto che questa volta non siamo noi a decidere le regole del gioco.

L’agriturismo si presenta meravigliosamente ma delude. Tanti i turisti in questa frazione di Devero, attirati dalla bellezza del luogo e dalla facile passeggiata adatta a qualsiasi piede e qualunque testa. Impressionante la ressa attorno ai bar ed alle locande, con i proprietari che mettono da parte qualità e sensatezza, cercando di accomodare quante più persone possibile. Ne viene fuori un servizio frettoloso e affaticato, piatti tutti uguali e senza carattere, nessuna tipicità.

Che peccato quel gioco ridicolo sul formaggio, che corona un’esperienza un po’ amara ma molto istruttiva: il Bettelmatt è finito, ma nel misto di formaggi possiamo averne due fettine, sulle quali azzuffarci per averne un assaggio. A cosa è servito attraversare l’alpeggio, informarsi sul prodotto e intrattenersi con il proprietario alla ricerca dell’eccellenza di questi luoghi? Essere trattati come i motociclisti che rombano fino al posteggio e riempiono la pancia in modo meccanico, non mi piace tanto.

Ci avvisano che per provare i piatti veri è necessario venire di sera: per cena tutto è diverso! Ecco l’italianità, questo carattere che amo e odio. Esco e mi avvio per fare due passi conclusivi, di nuovo su al lago, immerso nei pensieri. Rifletto sul fatto che lassù, fra pascoli così belli da mettere in dubbio il primato delle Dolomiti (almeno nel mio cuore), non incontravamo nessuno né di sera né di giorno, nonostante il sentiero agevole e breve. Invece quaggiù si accalcano e si ammassano persone di ogni genere, dallo sportivo invasato al cittadino in trasferta domenicale.

Tutti a cercare lo stesso luogo, tutti vogliosi di ritrovarsi assieme e mescolarsi nella folla. E’ un circolo vizioso che si autoalimenta da anni: particolari località stracolme di turisti (un eccesso che rovina e guasta il contesto alpino), immerse in una moltitudine di luoghi dimenticati e abbandonati, sviliti perché nessuno li valorizza. Penso invece alle tante montagne senza particolari amenità che, in Alto Adige ma anche in Austria e in Svizzera, godono di un turismo più diffuso, disperso su malghe, rifugi, ristori e luoghi interessanti che il camminatore cerca per la tranquillità che sanno ancora donare.

Ma forse è vero, come mi suggerisce Raffo, che l’italiano medio non cerca la pace tra i monti: anche qua cerca i suoi simili, ama i luoghi dove stare in compagnia e poter curiosare gli altri esseri suoi simili. Io non mi sento di questo spirito, forse sono più nordico: guardo ora la nostra Compagnia con occhi diversi, mentre si raccoglie ed affronta gli ultimi km di sentiero verso le auto. Un gruppetto con tutte le diversità e le peculiarità delle persone, con i compromessi e le rinunce necessarie, ma anche con le gioie e l’allegria di tanti momenti. Un piccolo laboratorio dove sperimentare una condivisione diversa. Una via di mezzo fra l’isolamento sterile e l’affollamento sciocco, un prototipo di convivenza fra persone?

La Compagnia del Devero si scioglie davanti alle auto. Ognuno deve prendere la propria strada verso casa e ci aspettano ancora momenti di fatica, incolonnati lungo le strade maestre del turismo montano. Un prezzo che si deve pagare per aver goduto di esperienze così intense, ma anche il frutto di abitudini di vita e di lavoro troppo uguali per tutti: stessi orari, stessi posti, stesso atteggiamento… creano congestione da una parte e vuoto dall’altro. Ma a noi in fondo piace così: genio e sregolatezza siamo, mica rigore e logica.

Questo insegnamento e la certezza di essere sulla strada giusta, diversa e personale, è il raccolto che porto a casa dalle 24 ore spese con la Compagnia. Che spero di ritrovare ancora sul mio cammino!

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