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Sorsi di Barbaresco

6 Dic

Fingersi esperti di vino e girare per cantine tutto il giorno: semplicemente un’esperienza favolosa!

Anche chi non può dirsi un intenditore (come chi scrive), chi non ha fatto corsi e non ha referenze da sommelier, semplicemente col gusto e con la giusta curiosità, può divertirsi e imparare molto. Si, anche imparare: a distinguere, a degustare invece che semplicemtne bere e mangiare, a dare il giusto valore al lavoro ed alle tradizioni, alle capacità ed alla poesia di un luogo.

Sabato scorso sono stato in Langa con un gruppetto di amici (un insieme eterogeno e strambo, quindi azzeccato). Le Langhe, terra italiana piemontese cuneese, è soprattutto un territorio estremamente vocato alla viticoltura. Traducendo: i vini che si producono intorno ad Alba sono tra i migliori d’Italia e del mondo intero. Alcuni dei nomi più celebri hanno le radici affondate nelle basse ma ripide colline che ondeggiano a sud di Torino: Barolo, Barbera, Dolcetto, Barbaresco, e altri ancora. E’ la terra della celebre cantina Gaja. E’ la terra dei tartufi. E’ insomma un ambiente in cui si mangia e si beve bene, e qualche volta benissimo.

Mi fermo qua: perché esplorare tutte le Langhe sarebbe un compito oneroso, che chiamerebbe in causa anche pesia e letteratura, storia ed antropologia, economia e molto altro. Noi ci siamo fermati nei dintorni di Barbaresco, per degustare (e acquistare, ovviamente!) alcuni grandi Cru della zona (Cru = appezzamenti più vocati alla viticoltura, che danno grandi vini, in genere): Montestefano, Rabajà, Nervo, Pajoré, Rizzi. Sono sempre uve Nebbiolo, vitigno autoctono, cioè locale (per la gioia di Slow Food – che per inciso è nato sempre in zona), provati in varie denominazioni: Barbaresco, Dolcetto d’Alba, Barbera.

Le nostre guide, i delegati Stiv Novati e Gordon Pagani, sommelier dal naso fino e dalla forchetta buona, ci hanno condotti in tre cantine, selezionate attentamente per qualità e caratteristiche specifiche (ora mi spiego). In ordine orario: Rivella, Luisin, Rizzi. Nel mezzo, una breve ma sostanziosa pausa pranzo in un vicino ristorante, dove abbiamo gustato anche i Tajarin (la foto rende più delle parole, mi pare). Ma la giornata era vino-centrica ed i campioni (così si parla!) provati, non pochi, condividevano tutti lo stesso spirito vinicolo (si, mi si passi il termine): una filosofia produttiva che predilige la tradizione, senza negare il progresso, ma cercando di conservare i tratti caratteristici ed unici dei diversi vitigni.

Per questo non c’erano vini affinati in Barrique, tranne un Barbera, in ogni caso ben fatto. Il passaggio del vino nelle botti piccole di rovere francese (o dell’est Europa… la globalizzazione non risparmia certo il vino), non è di per sé un male, anzi: dona struttura e piacevolezza, arrotonda il prodotto e lo rende accattivante. Alcuni dicono sexy: ecco perché consigliano di offrire questi vini per conquistare una donna. Peccato che queste tecniche di affinamento siano spesso abusate, portando ad un appiattimento del vino su gusti tutti uguali e monotoni. Sparisce la tipicità e la diversità, quindi l’unicità del vino al palato. Forse allora meglio conquistare con un vino unico, come la donna a cui lo si offre.

Ma scendiamo dalle nuvole, restiamo a terra. Le tre cantine realizzano ancora il vino in vigna (e dove, altrimenti?), senza barbatrucchi e trovate commerciali. Sono prodotti che impiegano anni per essere pronti da bere: 4 sono ancora pochi, meglio dai 5 anni in su. Prima sono bambini, e scalpitano nel bicchiere come sulle papille gustative. Ma una volta maturi, quando possono esprimere la loro struttura complessa e articolata, sono grandi vini per buoni momenti in compagnia o da soli.

Credo però che il vino sia migliore se condiviso, gustato al momento giusto con le persone giuste. Non sempre funziona così… ma quando riesce, non si dimentica! Intanto noi abbiamo caricato le macchine di bottiglie, e ora non ci resta altro che organizzare feste, cene, degustazioni per consumare questi estratti di storia e tradizione, lavoro e passione, tenacia e, perché no, poesia.

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Per vedere altre foto scattate tra le vigne del Barbaresco, clicca qui.

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