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NorthForth/2 . Alsace

26 Giu

Guardando una cartina non è difficile capirlo: tra Italia e Belgio/Olanda, nel mezzo c’è l’Alsazia. Una terra incantevole (credo) in tutte le stagioni: adagiata accanto al Reno, le spalle coperte dalla catena dei Vosges, è da sempre un regione contesa fra Francia e Germania, che ne hanno influenzato radicalmente la cultura, le tradizioni, le persone. Una ricetta ricca e complessa, tutta da scoprire!

In particolare ci piaceva l’idea di spezzare il viaggio verso Nord in due tappe, per prendercela comoda e goderci l’Alsazia un po’ fuori stagione. Mi era già capitato di passare da queste parti, anni fa: così ho pensato di toccare solo alcuni paesini della Strada del Vino, visitare alcune cantine caldamente consigliate e ritrovare alcuni dei piatti forti della tradizione locale. Con un giorno e mezzo a disposizione, non è male!

L’Alsazia ricorda molto l’Alto Adige, anche e soprattutto per la produzione di vino. Grandi vini bianchi, Riesling e Gewürztraminer, che esprimono livelli incredibili con le Vendange Tardive, ma che già lasciano a bocca aperta (o meglio, chiusa ;-) coi Grand Cru delle storiche cantine. Vini che devono piacere, come sempre: spesso hanno una morbidezza, ovvero una dolcezza, che non conquista tutti. Personalmente, preferisco quelli bilanciati con una bella spalla acida o sapida: creano contrasti fantastici e sono perfetti in abbinamento coi cibi!

Arrivati a Kientzheim (una nota di dovere: io questi nomi li leggerei tutti alla tedesca, ma sconsiglio di farlo – a meno di non volersi far redarguire da tutti gli orgogliosi francesi del posto!) ed accomodati in un fantastico, economico e simpatico B&B, siamo ripartiti alla caccia del vino. Il sabato pomeriggio sarebbe bastato solo per tre cantine: ma, hey! a cosa serve visitare decine di posti se poi il gusto si appiattisce e non si distingue più nulla?

La nostra piccola selezione si è rivelata molto interessante: un produttore tradizionalissimo, Weinbach a Kaysersberg; un produttore decisamente alternativo, Marcel Deiss a Bergheim; e un produttore accorto ed essenziale, Klur a Katzenthal. La signora Faller di Weinbach ci accoglie nella splendida ed antica villa di famiglia e ci fa degustare i suoi vini senza tanti orpelli ed invenzioni: sono l’essenza della regione, puri purissimi, che gli amici intenditori definirebbero “didattici”. Volete capire l’Alsazia? Ecco il Riesling di Weinbach!

Poi, in verità, resta tutto il resto. Ovvero, questo vino è solo un primo assaggio, per quanto genuino. Cambiamo tutto: con Deiss proviamo vini alternativi, tutti bio/logici/dinamici, dove i vitigni locali sono mescolati, quasi nascosti, calibrati e selezionati per creare vini radicati nel territorio ma stupefacenti nel gusto. Ovviamente ci sono anche le bottiglie base, tutte di qualità. Ma il sapiente vigneron ci conduce in un percorso in crescita (lungo e parecchio alcolico, a dire il vero ;-) fino a livelli dove Anto ed io non possiamo arrivare – ma che è curioso esplorare, almeno una volta!

Ritorniamo a sud ed al “normale”, cerchiamo Klur e lo troviamo nella viuzza principale di un borgo appartato e grazioso. L’energica signora ci aspetta con un po’ di ansia (è tardi), ma poi ci apre le porte del mondo di questo viticoltore che ha abbracciato anche lui il bio, fa vini della tradizione con un rapporto qualità-prezzo incredibile, collabora con slow food e cerca di svecchiare l’immagine di un prodotto (il vino!) troppo spesso sopravvalutato, chiacchierato, speculato e… triste ma vero, poco e male consumato. Non saremo noi i clienti d’oro di Klur, eppure la scoperta è proprio bella ed il ricordo non svanirà presto (anche perché una bottiglia aspetta in cantina :-).

Il giorno è finito: dalla comasca attraverso le Alpi e dentro l’Alsazia, non possiamo lamentarci. Ma la fame è tanta, dopo i numerosi bicchieri di degustazione senza neppure un grissino – sigh! Decidiamo di inaugurare il viaggio con una bella cena senza fronzoli, di sostanza e qualità: la scelta ricade sulla Winstub di Chambard , il locale ruspante del noto chef Olivier Nasti. Una scoperta proprio felice, tra escargot che si sciolgono in bocca, una choucroute che mi riporta in Alto Adige con sapori incredibilmente delicati ed una torta fantastica dal ripieno non meglio identificato (rabarbaro?).

Il mattino della domenica porta la pioggia – e con la pioggia, scende anche una grande quiete. Sdraiato nel letto, è facile rendersi conto di quanto sia bello darsi del tempo, godersi il momento, lasciar correre i pensieri. Sono alcune delle grandi fortune del viaggiare… abbiamo l’occasione di ricevere, accogliere le esperienze, cercando di non alzare le solite difese del quotidiano tram tram.

Lentamente usciamo ed iniziamo un percorso molto approssimativo per toccare alcuni dei paesi più caratteristici dell’Alsazia: Riquewihr, Ribeauvillé, Eguisheim, Kaysersberg, Turckheim. Tutti in grande forma, ovvero conservati alla perfezione e valorizzati dai cittadini. Tutti anche un po’ kitsch, con quell’aria di artificioso che ricorda tanto il mondo Disney. Eppure esplorarli senza meta è una vera goduria, così come fermarsi qua e la per una foto, per un assaggio, per curiosare una vetrina o ammirare stupiti le tonnellate di cuoricini di ogni tipo sparsi ovunque.

Un paio di tappe, però, le avevo accuratamente pianificate, per non farci sfuggire alcune delle delizio migliori dell’Alsazia – oltre al vino ovviamente! Intendo il foie gras e di dolci, in particolare marmellate e Kouglof. Per questi ultimi avevo un indirizzo sicuro, la Maison di Christine Ferber a Niedermorschwihr. In pochi metri quadrati si trovano le sue marmellate favolose – secondo alcuni, le migliori di tutta la Francia. Onestamente non saprei, non sono da molto un amante della frutta conservata, ma posso dire che la marmellata di rabarbaro è uno spettacolo e quella di arance con cacao semplicemente indescrivibile!

Oltre ai vasetti c’è pane fresco e buonissimo (anche la domenica mattina nella migliore tradizione francese), biscotti e cioccolato, un piccolo reparto “salato” e produzioni artigianali locali tra cui vasellame e vettovaglie. Eppoi lui, il re dei prodotti da forno alsaziani, il Kouglof. Una bella ri-scoperta, a dire il vero: era talmente soffice, fresco, delicato e per nulla stucchevole che ha cancellato fin dal primo morso il triste ricordo di prodotti simili solo nel nome, provati negli anni e gettati nel dimenticatoio.

La storia si ripete anche con il foie gras, un prodotto difficile e discusso. Però anche incredibilmente buono. Facile inciampare in scatolette tanto allettanti quanto fasulle, di scarsa qualità. Mi sono affidato ad un incrocio di consigli ed alla fine ho provato quello prodotto direttamente dallo chef Nasti a Kaysersberg. Prezzo molto salato per 100g di pura libidine: intenso eppure delicato, ricco nel gusto senza mai stancare. Eccezionale su un pezzo di pane in un pic-nic all’aperto tra giovani filari di vigne e grandi alberi secolari!

Riempirsi occhi, bocca, cuore e mente è bellissimo… se si lascia trasportare e la corrente scorre impetuosa, impossibile dire dove si potrebbe arrivare. Per chiudere il pomeriggio cerchiamo un po’ di outdoor in terra alsaziana: Anto vagherà per vigneti a caccia di foto e pensieri piacevoli, io mi butto anima e corpo in una corsa senza traccia su colline e monti, immerso in vigne ordinate e boschi fitti. Momenti intensi che fanno emergere tutta la verità della vita: la fortuna che ho, la libertà di cui godo, la bellezza che mi circonda…

Impossibile non festeggiare. O meglio, rendere grazie e quindi celebrare. Non è forse domenica? Neppure la pioggia può fermare un banchetto serale gustoso e piacevolissimo, in cui spazzoliamo le provviste raccolte nelle varie visite, innaffiamo il tutto con un buon vino di Klur e scambiamo un po’ di chiacchiere amiche. La prima tappa del nostro viaggio non poteva chiudersi meglio: un mix di bello e cattivo tempo, di giri e di esperienze, di confronti e di silenzi :-)

Che sia anche il cammino, il viaggio, a favorire tutto questo? Io ci credo. Come corde tese fra questa terra e l’alto cielo, cerchiamo incessantemente l’armonia dentro e fuori di noi. Qualche volta proprio non funziona – ma ogni tanto ci coglie all’improvviso. Meglio godersela fino all’ultimo istante, quindi essere pronti per la prossima volta. Che sia una corsa, un pasto, un abbraccio o una meditazione.

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Sorsi di Barbaresco

6 Dic

Fingersi esperti di vino e girare per cantine tutto il giorno: semplicemente un’esperienza favolosa!

Anche chi non può dirsi un intenditore (come chi scrive), chi non ha fatto corsi e non ha referenze da sommelier, semplicemente col gusto e con la giusta curiosità, può divertirsi e imparare molto. Si, anche imparare: a distinguere, a degustare invece che semplicemtne bere e mangiare, a dare il giusto valore al lavoro ed alle tradizioni, alle capacità ed alla poesia di un luogo.

Sabato scorso sono stato in Langa con un gruppetto di amici (un insieme eterogeno e strambo, quindi azzeccato). Le Langhe, terra italiana piemontese cuneese, è soprattutto un territorio estremamente vocato alla viticoltura. Traducendo: i vini che si producono intorno ad Alba sono tra i migliori d’Italia e del mondo intero. Alcuni dei nomi più celebri hanno le radici affondate nelle basse ma ripide colline che ondeggiano a sud di Torino: Barolo, Barbera, Dolcetto, Barbaresco, e altri ancora. E’ la terra della celebre cantina Gaja. E’ la terra dei tartufi. E’ insomma un ambiente in cui si mangia e si beve bene, e qualche volta benissimo.

Mi fermo qua: perché esplorare tutte le Langhe sarebbe un compito oneroso, che chiamerebbe in causa anche pesia e letteratura, storia ed antropologia, economia e molto altro. Noi ci siamo fermati nei dintorni di Barbaresco, per degustare (e acquistare, ovviamente!) alcuni grandi Cru della zona (Cru = appezzamenti più vocati alla viticoltura, che danno grandi vini, in genere): Montestefano, Rabajà, Nervo, Pajoré, Rizzi. Sono sempre uve Nebbiolo, vitigno autoctono, cioè locale (per la gioia di Slow Food – che per inciso è nato sempre in zona), provati in varie denominazioni: Barbaresco, Dolcetto d’Alba, Barbera.

Le nostre guide, i delegati Stiv Novati e Gordon Pagani, sommelier dal naso fino e dalla forchetta buona, ci hanno condotti in tre cantine, selezionate attentamente per qualità e caratteristiche specifiche (ora mi spiego). In ordine orario: Rivella, Luisin, Rizzi. Nel mezzo, una breve ma sostanziosa pausa pranzo in un vicino ristorante, dove abbiamo gustato anche i Tajarin (la foto rende più delle parole, mi pare). Ma la giornata era vino-centrica ed i campioni (così si parla!) provati, non pochi, condividevano tutti lo stesso spirito vinicolo (si, mi si passi il termine): una filosofia produttiva che predilige la tradizione, senza negare il progresso, ma cercando di conservare i tratti caratteristici ed unici dei diversi vitigni.

Per questo non c’erano vini affinati in Barrique, tranne un Barbera, in ogni caso ben fatto. Il passaggio del vino nelle botti piccole di rovere francese (o dell’est Europa… la globalizzazione non risparmia certo il vino), non è di per sé un male, anzi: dona struttura e piacevolezza, arrotonda il prodotto e lo rende accattivante. Alcuni dicono sexy: ecco perché consigliano di offrire questi vini per conquistare una donna. Peccato che queste tecniche di affinamento siano spesso abusate, portando ad un appiattimento del vino su gusti tutti uguali e monotoni. Sparisce la tipicità e la diversità, quindi l’unicità del vino al palato. Forse allora meglio conquistare con un vino unico, come la donna a cui lo si offre.

Ma scendiamo dalle nuvole, restiamo a terra. Le tre cantine realizzano ancora il vino in vigna (e dove, altrimenti?), senza barbatrucchi e trovate commerciali. Sono prodotti che impiegano anni per essere pronti da bere: 4 sono ancora pochi, meglio dai 5 anni in su. Prima sono bambini, e scalpitano nel bicchiere come sulle papille gustative. Ma una volta maturi, quando possono esprimere la loro struttura complessa e articolata, sono grandi vini per buoni momenti in compagnia o da soli.

Credo però che il vino sia migliore se condiviso, gustato al momento giusto con le persone giuste. Non sempre funziona così… ma quando riesce, non si dimentica! Intanto noi abbiamo caricato le macchine di bottiglie, e ora non ci resta altro che organizzare feste, cene, degustazioni per consumare questi estratti di storia e tradizione, lavoro e passione, tenacia e, perché no, poesia.

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Per vedere altre foto scattate tra le vigne del Barbaresco, clicca qui.

München hin&zurück

22 Apr

A Monaco di Baviera sono stato tante volte, in stagioni diverse e compagnia varia. Non mi era ancora capitato però di camminare, solo e carico di bagagli, in quella particolare ora del sabato quando i turisti della giornata sono ormai fuggiti e gli avventori serali fremono ancora a casa con le gole secche. Le vie sono luccicanti e quasi deserte, si crea un’atmosfera magica che lascia senza parole. Scorrono immagini leggere, improvvisi flash di vita, l’eco della città che gorgoglia come la spuma delle sue birre chiare e torbide.

Uscivo arzillo e sereno da una cena frugale in un locale fuori dal centro: Monaco offre tanti birrifici, spesso di qualità medio bassa e simili fra loro, nonostante le marche diverse di birra. E queste tendono ormai ad assomigliarsi, anche se la cosa non scoraggia migliaia di persone dal puntare i gomiti sui banconi e ordinare boccali da un litro ad ogni occasione.

Seguendo anch’io la tradizione, mi ero appollaiato su un alto sgabello all’entrata della Paulaner Bräuhaus: legno scuro e alambicchi a vista, dietro la solida presenza dell’oste tutto intento a spillare senza sosta. L’atmosfera giusta per gustare un’insalata di crauti e patate con coppia di weisswurst, perfetti in abbinamento con due birre artigianali della casa, una rarità ormai a München: la Thomasbräu Weizenbier, a cui hanno cambiato il nome ma non la stoffa delle migliori birre di frumento ad alta fermentazione, ed una Spezial Dunkel Bier, scura e torbida, che producono per Pasqua.

Ero arrivato a Monaco con l’idea di riscoprire la città in modo un po’ alternativo, scegliendo tre percorsi cui dedicarmi: pane, birra e sport. In questi tre ambiti la città e la Baviera tutta esprimono qualità e varietà, che alimentano la mia voglia di esplorare. Ma il viaggio era iniziato il giorno precedente con la mia prima esperienza al VinItaly, fiera per eccellenza del vino italiano. Dura sveglia mattutina che la giornata ha poi ampiamente ripagato, non solo per la fortuna di entrare senza dover aprire il borsellino e passare la giornata inebriandosi di buon vino: le quantità versate, prima ancora che la propria coscienza, rendono il gioco quasi inutile e sicuramente molto lungo.

La vera opportunità, e ciò che fa differenza, è poter entrare bene accompagnati: con un distributore, un albergatore o qualche sommelier da ascoltare e seguire mentre fa breccia nei cuori dei produttori. Quando non ci sono resistenze, viene fuori la cordialità e la generosità: il buon vino, i racconti personali, la passione di chi cresce i grappoli come figli, si percepiscono all’istante e rendono l’esperienza davvero unica. Poco importa se i grandi nomi blasonati ci snobbano come fanno con la maggioranza: credono di non aver bisogno di noi, anche se la crisi forse li riporterà con i piedi per terra. E le mani in vigna, mi auguro.

Non caschiamo nel tranello del marketing e portiamo avanti una degustazione di realtà piccole, aziende a dimensione umana, prodotti onesti, tradizionali ma anche di ricerca. Si potrebbe descriverli come vini schietti, decisi, che puntano al cuore e in alcune occasioni lo conquistano. Appagati, verso la fine della giornata, ci abbandoniamo al Vino Santo e la mente non può che stare al gioco.

Saluto i due amici sommelier alla stazione di Verona e mi preparo al viaggio in solitaria, anche se per la sera ho in programma la mia prima esperienza da ospite nel network di CouchSurfing. Non è un modo gratuito per soggiornare, ma una comunità internazionale per viaggiare conoscendo le persone del posto e aprendosi alle curiosità locali: aiutando e lasciandosi aiutare. Avevo già ospitato a Milano, ma era la prima volta che mi facevo ospitare, e non mi sarei mai aspettato di chiacchierare così intimamente con una persona estranea.

Ma è questa una splendida sorpresa del vivere le avventure in modo un poco alternativo. Persona molto generosa e gentile, Giuseppe del Lago di Garda. Mi ha offerto un letto e un’ottima cena; non ha neppure lamentano alcun fastidio per la sveglia alle sei di sabato mattina, quando sono ripartito verso München. Pensandoci ora, chiamare un’altra persona “estraneo” è una forzatura innaturale. Se è vero, come credo, che siamo animali sociali e che la vera felicità è quella condivisa, nell’incontro tra persone non c’è mai estraneità se si vive apertamente, se si va “incontro all’altro”.

Lunghe e solitarie invece le ore in macchina, pensieri e musica per compagni e scenografie alpine di lunghe valli grigie e verdognole. La primavera tenta di conquistare la quota dei passi, ma la neve è tenace, il freddo ancora pungente. Al Passo del Brennero valico la catena delle montagne e mi porto fuori dal mio territorio, anche se solo da un punto di vista politico: personalmente mi sento più a casa tra declivi e cime che tra le vie di Milano. Questo viaggio in solitaria rappresenta anche una piccola sfida, come il bimbo che si solleva in piedi per l’ennesimo tentativo di camminare e spera sia la volta buona.

München non arriva improvvisa, la vecchia 206 non permette volate autostradali. Resto stupito dall’ambiente da steppa russa della pallida mattina Bavarese: erba gialla schiacciata, coronata da una nebbiolina grigia umida. Non vedo l’ora di poggiare le scarpe a terra e muovermi per le vie della città, quindi mi basta un salto in ostello per ripartire lesto zaino in spalla. Sento tutta Monaco di Baviera davanti a me senza limiti, e io conservo un’abbondante riserva di energia da scaricare.

La prima tappa della camminata, questa volta interamente cittadina, è uno splendido negozio di prodotti biologici e naturali. Aumento notevolmente il peso dello zaino e capisco subito che sarà inadeguato per tutti i campioni di prodotti che cerco. Esco e mentre cammino degusto un brötchen integrale ai semi con una generosa porzione di leberkäse, poi un brezel stupefacente (preso in un piccolo stand della stazione centrale) e infine un pane dolce pasquale.

Sfamato, non mi resta che esplorare Monaco secondo i tre filoni del mio cammino. Il pane è indubbiamente una delle produzioni artigianali più riuscite del popolo tedesco. Le qualità migliori sono a lievitazione naturale (ancora diffusa), cotti in forme grandi e ottenuti da una miscela di farine di segale e di frumento. Hanno gusto deciso e impasto compatto ma morbido, un sapore acidulo caratteristico; soprattutto, creano una problematica dipendenza in chiunque li assapori.

Purtroppo in Italia sono rimasti in pochi a realizzare pani paragonabili a quelli tedeschi, cosa che ha dell’incredibile: in tutto il mondo invidiano le tipologie di pane e pagnotte della tradizione italiana. Ma fate un giro per Milano e solo qualche panettiere, Princi davanti a tutti, è in grado di competere per qualità (ma non per prezzo!) con tedeschi e austriaci, o francesi. Ennesima conferma che stiamo sciupando quanto di meglio abbiamo saputo fare per secoli, nell’indifferenza generale.

Il mio tour di panificazione era iniziato prima ancora dell’ostello, da un panettiere di quartiere: la Bäckerei Seidl. Bel modo per assaporare fin da subito lo spirito locale, genuino ed estraneo ai traffici del centro, alle migliaia di turisti che finiscono per influenzare anche la qualità e la ricchezza di quello che mettiamo sotto i denti. Trovo un pane essenziale, abbastanza asciutto e leggero per la sua tipologia, nel classico taglio allungato. Sorrido alla cassiera, stupita di scoprire uno straniero dal tedesco assolutamente inadeguato che si porta a casa quasi un chilo di pane, appena in tempo prima della chiusura alle 12 del sabato, a 6 ore dall’apertura.

Il paragone con il secondo panificatore, Hofpfisterei, è irrinunciabile: si tratta di una realtà importante e molto diffusa in tutta la bassa Germania, che produce comunque un pane eccezionale. Pasta molto fine lievitata ad arte, dove segale e frumento si sposano alla perfezione e l’uso di prodotti unicamente biologici esalta i sapori. Diverso da Seidl: più pesante e denso, anche più speziato. Purtroppo trovo chiuso il terzo panettiere, Fritz Mühlenbäckerei. dove volevo sperimentare l’arte del pane in cassetta in versione tedesca, quello che noi chiamiamo pancarré o volgarmente pane da toast. Mi delude invece un locale centralissimo con i suoi duri e freddi brezel, ma ne ho scacciato subito il sapore.

Il sole già basso verso ovest mi ricorda improvvisamente dello scorrere del tempo. Soddisfatto per il momento lo spirito culinario, mi butto alla ricerca di articoli sportivi nei due grandi negozi che offre la città, irrinunciabili per un camminatore. E’ bello lasciarsi cogliere alla sprovvista nel lungo curiosare e uscire alla fine con la lista della spesa rivoluzionata. Seguendo le occasioni e le sorprese del caso, spesso si acquista ciò che rende più felici, oggetti che entrano immediatamente a far parte della vita quotidiana.

Decido, senza avere piani precisi, di tentare la via dei negozi gourmet per scovare del companatico all’altezza del mio pane, il cui profumo mi aveva intanto inebriato senza lasciarmi scampo. Purtroppo, non tutto ciò che luccica è oro: i negozi mi deludono e penso che in fondo, per un Peck di città, posso sempre restare a Milano. München offre ancora qualche ottimo birrificio artigianale, se si è disposti a cercare un poco.

Esco allora dal centro e attraverso un cimitero monumentale di epoca napoleonica, oggi praticamente un parco. Luogo lugubre e un po’ tenebroso, incredibilmente affascinante. Arrivo infine alla Paulaner Bräuhaus, dove sotto il controllo del noto produttore industriale continua a operare la vecchia proprietà. E’ una gioia trovare anche in questo percorso i prodotti più genuini, che dissetano e soddisfano il palato: il mio era proprio assetato, tanto che il primo boccale svanisce veloce ed il secondo completa a meraviglia la cena.

Dopo più di un’ora chiudo la porta della stanza d’ostello, lasciandomi alle spalle la lunga camminata, carico di borse e pensieri ma leggero di cuore e di spirito. Provo i quarti di pane raccolti sul sentiero, studio gli acquisti e organizzo per il viaggio di ritorno. Quando m’infilo a letto, nella stanza vuota dei baldi giovani ancora agli inizi delle loro brave serate, sono appena le 11. Gli occhi si chiudono e mi rilasso, ansioso per la giornata che mi aspetta e sicuro di passare una notte abbastanza insonne.

Dormo infatti poco e ben prima delle sette lascio l’ostello, carico di aspettative. Mi butto alla ricerca di un secondo panettiere di quartiere, aperto la domenica mattina per le tradizionali colazioni in panetteria. Che bell’usanza! Da Bäckerei Hoffmann gusto un croissant spettacolare, prossimo ai migliori francesi che abbia mai provato. Spalmo con avidità burro e marmellata sui brötchen, e compro un pane a metà prezzo perché del giorno prima: sembra fresco di giornata, solo un po’ più acido e saporito, con una crosta di carattere che si mastica volentieri.

Riparto dopo aver salutato due monachesi incuriositi dalla mia presenza. Questo viaggio che ha per punta di diamante München, mi appare ora un cammino andata e ritorno, hin und zurück, in una realtà diversa esplorata per sentieri poco battuti, all’avventura. Come in montagna, nella natura inaspettata, scegliamo dove passare, quali cime raggiungere e quali viste conquistare… per lasciarci sorprendere dal caso lungo il cammino e stupirci, sempre, ancora, come non siamo più capaci di fare!

Monto sulla 206 sicuro e divertito al pensiero che come cavaliere del terzo millennio cavalco un destriero azzurro metallizzato: un’auto francese piccola e un po’ scassata, a cui sono legato per le avventure passate insieme. Curiosamente, è stata proprio lei a portarmi a Monaco la prima volta: ora sta salutando dopo il ritorno, un arrivederci fino al prossimo incontro.

La campagna bavarese di collinette e campi incolti riempie i finestrini a lungo. Non sembra più la tundra russa, ma un quadro di Monet se invece di affacciarsi sulla Senna si fosse seduto su una panchina dell’Ammersee. Raggiungo Andechs ma è troppo presto, appena le nove. Esploro l’abbazia e chiedo gentilmente se posso bere una birra, ma per unica risposta ottengo un bel sorriso. Mi consolo comprando un pacco di birre e consumando una lauta seconda colazione in compagnia del mio destriero.

Quella della Klosterbrauerei Andechs è un’altra birra speciale ad alta qualità: le dunkel tedesche, spesso spezial bier di fatto, si esprimono al meglio in questa produzione ancora artigianale che somma nella Andechser Doppelbock. Ma ho in serbo ancora un ultimo indirizzo da sperimentare: il Kloster Ettal con la sua Curator Doppelbock, altra dunkel speziata e torbida. Quando raggiungo il monastero trovo una valle raccolta per le celebrazioni della Domenica delle Palme, una vera festa di benvenuto alla primavera. Mentre un timido sole tra le nuvole basse cerca di scaldarmi, compro un altro pacco di birra, in attesa della degustazione serale comodamente seduto a casa.

Mi butto sulle Alpi, le mie amate montagne. Numerose ore di viaggio mi attendono, su strade principali ma non veloci, con aperte visioni di località turistiche ormai fuori stagione. Ancora una tappa, appena valicato il confine austriaco, a Kematen per ritrovare un panettiere del mio passato, Der Bäcker Ruetz. Al primo impatto sembra una mensa self-service dove un’orda di paesani e cittadini di Innsbruck animano chiassosamente il pranzo della domenica. Il pane però è ottimo: ben cotto verso il croccante, con paste acide sapide e molto lievitate, ricche nella segale. Prendo al volo anche un nussschnecke, per noi italiani una girella di pasta brioche piena di noci, e un bel caffè lungo qualche chilometro di allegro viaggio.

Mescolo le carte con la compagnia di Ligabue e canti a squarcia gola: potrebbero arrestarmi per disturbo in movimento della quiete pubblica, ma non fermo l’auto fino alla “mia” piazzola sul Silser See al passo del Maloja. Nella natura da urlo dell’estrema Engadina, consumo il pranzo senza regole né orari, baciato dal sole che si riflette nel lago ancora ghiacciato. Il finale lungo la Strada Regina del Lago di Como è una piccola passione del viaggiatore. Sono però felice e soddisfatto: anche se mi riesce difficile spiegarlo al momento dell’arrivo, godo la ricchezza delle esperienze vissute.

Il cuore è pieno di emozioni e la mente conserva gli attimi più intensi di un viaggio estenuante e vario. Una camminata di incontri, ritrovi, andate e ritorni; poco spazio e voglia per le foto, questa volta. In solitaria è particolare, ci si scopre immersi in tanti dialoghi interiori, e allo stesso tempo si colgono tutte le occasioni di relazione con gli altri. Riesce spesso difficile ricordarsi della macchina fotografica. Preferisco cogliere l’attimo nel momento in cui si verifica, piuttosto che incastrarlo in un’istantanea. Lasciare che evolva dentro, che si trasformi. L’immagine è buona per ravvivare l’emozione, ma questa può emergere solo se la custodiamo già nel cuore.

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