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Al Circolo di Brienno

11 Dic

Tempeste finanziarie e terremoti economici hanno segnato lo scorrere degli ultimi mesi, in cui facili lamentele e dolori concreti hanno interessato uomini di ogni estrazione sociale e provenienza. Questa crisi è almeno la seconda che vivo coscientemente, dopo lo scoppio della bolla speculativa relativa a Internet sul finire del secolo scorso. Le radici del crollo affondano ora nella cattiva finanza e nel consumismo sfrenato; eppure sono così tanti i paralleli con i problemi dei sistemi economici avvenuti in passato…

Sembra ci sia una ciclicità anche in questi fenomeni: si sale e si spende oggi, per cadere ed elemosinare domani. Fino a quando non partirà il prossimo giro. E cosa ci resta fra le mani? Un insegnamento, si spera. Un esempio, quanto meno. Ma la verità sembra essere diversa: l’uomo si ripete, ieri come oggi e probabilmente domani, intrappolato dai propri limiti, umani troppo umani.

Qualcosa invece cambia, se lo vogliamo. Nel piccolo di ogni persona, nel trascurabile di un gruppetto eterogeneo eppure deciso, si può ancora discutere e riflettere, capire ed imparare. Nel raggio corto di un’accogliente sala affacciata sul Lago di Como, tra il sorriso di amici e una tazza calda (o un calice di vino), è ancora possibile leggere la parola di esperti e di saggi, condividerne e discuterne i significati, metabolizzare i contenuti e, almeno un po’, farli propri.

E’ un processo lento e marginale: cresce solo per piccoli passi; ma è continuo ed irreversibile, nella persona che si dispone in modo aperto. Forse, assieme all’esempio ed all’esperienza, è l’unico vero modo di imparare qualcosa. Una sorta di slow food per l’animo ed il cuore. Di cui tutti siamo affamati, ma di cui troppo spesso sottovalutiamo l’importanza, e per il quale quasi sempre non siamo disposti ad impegnarci.

Oggi parlare di tutto questo è semplicemente fuori moda. Per qualcuno è noioso, per altri ridicolo. E per una buona parte di noi, potrebbe assomigliare ad una punizione. Ma l’economia interessa tutti, la politica influenza la vita quotidiana di ognuno, nella società dobbiamo vivere e senza regole né scelte non potremmo andare avanti per molto. Infatti, un animo ignorato e dimenticato ci rende vulnerabili, incompleti, deboli. Perché non siamo solo un ammasso di muscoli. Corriamo il rischio che davanti ad una responsabilità, ad un dolore, ad una scelta, non saremmo in grado di reagire, di stupirci come di indignarci.

Crollano allora le maschere del comportamento esterno, rivelando la povertà interiore. Invece dialogare con gli altri ed alimentare il proprio spirito, quando si superano le resistenze create dall’abitudine e dalla cultura in cui siamo cresciuti, è interessante e divertente. Si parla di problemi ma anche di esperienze. Si scambiano punti di vista. Si gioca con i propri caratteri cercando di scoprirsi per migliorarsi. Ed è possibile solo in un ambiente amichevole, dove ci si sente accettati ed accolti.

Ecco perché gli incontri che da tre anni ormai rinnoviamo al Circolo di Brienno hanno portato qualcosa ad ognuno dei partecipanti. Fino ad arrivare alla nuova sfida: confrontarsi con la realtà della crisi economica, che è poi crisi culturale ed umana. Quando la speculazione e lo sfruttamento rovinano intere vite, non si tratta di morale ma di umanità che nega sé stessa. Che contraddice la propria natura, e quindi la verità.

A questi problemi, a questi drammi che sfiorano anche noi, possiamo iniziare col contrapporre un sentimento positivo, un ottimismo ed una voglia di rimboccarsi le maniche: per cercare di fare del nostro meglio, a partire dal piccolo e piccolissimo delle vite quotidiane. Sembra poco ma, come disse Tolstoj, il Mondo cambierà solo quando riusciremo a cambiare noi stessi. Quindi il collante delle azioni positive e la forza interiore che ci sostiene non può che essere l’amore. Non un sentimento frivolo, ma la concreta disponibilità verso l’altro, il simile come il diverso, per cercare di migliorare insieme.

Sono tre anni che godiamo questi incontri in serenità ed allegria, accompagnando sempre con una bottiglia di buon vino e biscotti o salatini. Qualche volta abbiamo anche cenato assieme: condividere vuol dire anche spezzare il pane e brindare tra amici. Non c’è contenuto, per quanto difficile e discusso, che non sia possibile capire e digerire, se preso nel modo giusto.

Cerchiamo di migliorare la ricetta, anche perché stiamo per affrontare un tema complicato e tremendamente attuale: economia, lavoro, finanza, casa e carriera, etc. Vogliamo farlo seguendo una traccia, che ci porti dove la vista sia spaziosa e limpida. Coscienti che da nessuna cima si può vedere il Mondo intero: ma felici perché il sentiero porta sempre da qualche parte e limita il rischio di perdersi. Gli altri percorsi restano comunque a disposizione, per le prossime camminate e per scoprire una diversa luce che illumina il panorama.

Come per gli altri incontri, la traccia è indicata da importanti testi cristiani: la Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, la Gaudium et Spes; ora, la Caritas in Veritate, ultima enciclica di Benedetto XVI. Perché un testo religioso? Perché proprio cattolico? Mi sembra semplice… Perché l’animo ed il cuore si alimentano con la spiritualità; ovvero, per me, col dialogo diretto con ciò che sentiamo, che percepiamo e viviamo attraverso i sentimenti ed i pensieri. Mentre conoscere a fondo il Cattolicesimo significa conoscere sé stessi: prerogativa indispensabile per poter incontrare anche l’altro, così diverso da noi.

Da questi punti base ripartiremo nella lettura, nel commento e nella condivisione della Caritas in Veritate, ognuno contribuendo con la propria specializzazione ed il proprio carattere. L’amore nella verità, che può condurci su vie diverse e innovative nel tempo difficile che attraversiamo, potrebbe forse darci la possibilità di lasciare le cose un po’ migliori di come le abbiamo trovate. Chi non ha voglia di cambiare il Mondo? E’ decisamente troppo facile e scontato rispondere: “Tanto nulla cambia”. Se i nostri padri si fossero risposti da soli come facciamo noi, nulla sarebbe diverso oggi rispetto a mezzo secolo fa. Eppure, è curioso, nessuno di noi vorrebbe tornare indietro: la prova che qualche passo avanti, anche se zoppicando, è stato fatto.

E noi? Cosa vogliamo lasciare? Solo una mezza risposta, una scusa che vale appena per un bambino quando gli si chiede conto dei compiti a casa? Proviamo a darci delle risposte, a vedere le cose sotto una luce positiva, a tentare per sbagliare ma in ogni caso fare, agire, smuovere!

Abbiamo inaugurato i nuovi incontri con un intervento importante: un piccolo grande uomo che tanto ha fatto per noi, che ha vissuto i cambiamenti del ‘900, che può testimoniare con la propria vita quanto valga la pena mettersi in gioco. Tenteremo anche noi di fare qualcosa: magari un blog, oppure incontri allargati (perché, nonostante il nome, il nostro è un circolo per nulla elitario).

Per il momento lancio qualche spunto per stimolare la curiosità: una citazione dalla Caritas in Veritate, testo potente e concreto; ed un’esperienza di vita del nostro ospite, in cui racconta il fermento in cui loro, giovani degli anni 40, 50 e 60, credevano di poter migliorare il Mondo, partendo da sé stessi.

Oggi è tempo per la nostra generazione di credere nelle capacità e nelle possibilità di cambiare: perché tocca a noi e vogliamo giocarci la partita fino in fondo! E qualcuno, nel silenzio dell’indifferenza soprattutto mediatica, si è già attivato in questa direzione: Eduardo Missoni, in un recente articolo su Domani, ne parla diffusamente e appassionatamente, come pochi altri sanno fare.

“L’amore — «caritas» — è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. […]

Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della «veritas in caritate», ma anche in quella, inversa e complementare, della «caritas in veritate». La verità va cercata, trovata ed espressa nell’«economia» della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio. […]

La verità preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia. È, a un tempo, verità della fede e della ragione, nella distinzione e insieme nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Lo sviluppo, il benessere sociale, un’adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che affliggono l’umanità, hanno bisogno di questa verità. Ancor più hanno bisogno che tale verità sia amata e testimoniata. Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali.”


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Per qualche altra foto scattata al Circolo, clicca qui.


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Il Richiamo della Montagna

6 Giu

Un tentativo sulla strada, in solitaria. Partire dalle Val Mesolcina, poco oltre Bellinzona, per raggiungere il Lago di Como nei pressi di Gravedona. Il tutto in giornata, svariate ore di cammino su sentieri più o meno battuti. Alcuni proprio abbandonati, esili segni di un passato che svanisce anche dal ricordo dei valligiani. Non è la sfida sportiva a spingermi, ma un forte richiamo verso la montagna, tornata protagonista dopo un rigido inverno denso di impegni.

Non riesco a chiudere occhio sul treno elvetico che taglia in due l’aria mattutina. Sopra il Lago di Lugano riposa un velo di nebbia trasparente, mentre la natura si offre giovane e immatura, appena risorta dalle grigie ceneri dell’inverno. Il bus prosegue la corsa e mi lascia a Cama, all’inizio dell’impervia valle che porta il medesimo nome. Paesino deserto, sfiorato dalla prima luce di un sole che fa capolino oltre i Monti Lariani ad est.

Attraverso il fiume ed attacco la salita, entrando in un’ombra di freddo e rugiada immobile. Sento solo il fruscio delle mie gambe che a poco a poco risalgono la parete sinistra della valle, orchestrando il ritmo della fatica. Oltre il primo strappo quasi verticale, la foresta si trasforma: perde il faggio ed il castagno in favore delle conifere. Il sentiero a questo punto serpeggia tra grandi massi, antichi come le leggende che celano, mentre abeti e larici si tengono a distanza lasciando nel mezzo un’aria misteriosa, animata d’immagini fiabesche. Non avverto presenza di altri uomini, regna ovunque un silenzio incantato. Incrocio invece lingue di neve che hanno sventrato la foresta in vari punti, lasciando corridoi di detriti come gocce di colore scuro sulla tela verde del bosco.

Si deve salire ancora qualche passo per accedere ai primi alpeggi. Antichi casolari in pietra, ristrutturati e buoni d’estate come grotti privati, dominano dai bordi dei pochi prati. Qualche anno fa il sentiero era stato ripensato in chiave turistica, collegando la Val di Cama con la gemella Val Bodengo, oltre il confine. Un lungo percorso di boschi e roccia che sarebbe bello ripercorrere anche oggi. Mi viene però il sospetto che non sia più tanto di moda… preferiamo forse limitarci a polenta e pennichella per dimenticare i fastidi cittadini.

Il rifugio che si raggiunge all’alpeggio principale è chiaramente fortunato: apre la vista a una conca scolpita ad arte dal fiume, che nel mezzo si gonfia in uno splendido lago alpino naturale. Faccio tappa sulla riva, rapito da questo specchio increspato che riflette i miei sogni alpinistici: di fronte a me, verso est, dove il sole lotta con nuvole cariche di pioggia, il sentiero risale il fiume per altri mille metri, piegando infine verso nord e passando in Italia.

Studio le cartine, raggiungo il fondo del lago e valuto se proseguire o rinunciare. Parecchia neve, fa una pernacchia alla primavera inoltrata, appollaiata così sulle ripide pareti dei Monti Lariani. Oltre le cime, in una conca rivolta a nord, la situazione non può che essere peggiore. Il lago è gonfio per la neve che si scioglie, e l’erba ha il volto giallastro e rattrappito del vecchio contadino al risveglio.

Mi sdraio dedicandomi il cielo percorso da molte nuvole. Decido serenamente che è meglio farsi un tè, mangiare qualcosa e riguadagnare la valle. Non è per vincere una sfida che mi sono alzato alle 5: per qualcosa di più bello e più vero. Rispondere al richiamo della natura, tornare sui sentieri delle montagne che amo. Godermi quei venti minuti sereno in riva al lago, mentre la luce assume sfumature semplicemente sexy, ha per unico prezzo la fatica del sentiero: un po’ di sudore per qualcosa d’irripetibile!

Sul Lago di Como intanto aspetta la trattoria dove è prevista la cena con una cara amica. La prossima volta arriverò con le mie sole gambe: per oggi, riprendo bus e treno cogliendo le sorprese che gli imprevisti sempre riservano. Una coppia di tedeschi, giovani e allegri nonostante la pioggia, condividono con me il rientro: avevano cercato questa valle per un weekend d’avventura, ma la montagna ha sorpreso anche loro. Intanto una simpatica barista a Cama mi allunga (in tutti i sensi) un caffè: costa come un panino imbottito, ma non chiede nulla per i coloriti racconti su vecchi fasti e tradizioni in via d’estinzione.

So che a casa sono contenti di vedermi tornare, intero e allegro nonostante la rinuncia. Sono felice anch’io: potrò godermi una serata in odore di pioggia fresca, accompagnando le chiacchiere con un riso al pesce persico, classico e corposo piatto lagheé. E siccome le trovate della natura superano ogni fantasia, il crepuscolo ci riserva una valanga d’oro sulla linea ondulata dei Monti Lariani, ad ovest dove ora riposa sotto coperte invernali la dolce Val di Cama.

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Vacca, enoteca e maiale

29 Mag

Se un tempo le vacche rientravano dopo la transumanza stanche e ci regalavano favolosi stracchini, oggi sentirsi stracco in ufficio mentre fuori urla la primavera… sembra quasi una bestemmia!

Eppure questo sembra il rito del venerdì sera per milanesi e non solo. Un rituale che poi conduce inesorabilmente alla dispersione dei locali in cui ci (ri)troviamo per bere e divertirci – divertirci ad ogni costo.

Personalmente spero stasera di poter bere un buon bicchiere di vino con qualche amico in abbinamento ai racconti di vita che ci riguardano. Sarebbe la cosa più bella. Poi domenica si cammina: sento il richiamo dei monti lariani e della libertà di cui si gode andando per sentieri.

Per il resto, buon ponte a chi può e buona Festa della Repubblica a tutti noi. Teniamo da conto la nostra Repubblica e la nostra Democrazia, non come animali in via d’estinzione ma come il maiale di cui non si butta nulla, perché ogni parte ha il suo valore.