Tag Archives: MTB

Oh Stef, Where Art Thou?

13 Lug

Un giorno di pieno Agosto, col sole che fondeva la 206 e squagliava tanti sportivi su per la strada del Passo dell’Umbrail, avevo deciso che avrei fatto lo Stelvio in bicicletta anche io. Potevo farcela, sembrava bellissimo e spettacolare, una grande impresa. Amici senza particolari referenze l’avevano già fatto in passato. E l’idea mi aveva conquistato.

Un sabato senza sole di metà Luglio ho scalato lo Stelvio con la vecchia MTB: sono salito e sono sceso, ma non so ancora bene come. Sono ancora tutto intero e nonostante una stanchezza incredibile, mi sento bene. Però su quei 48 tornanti ho oltrepassato i miei limiti, e ne conservo una strana sensazione.

Non mi interessa tanto l’impresa: quanti km e quante ore. Sono tanti e sono parecchie, per chi sale da Prato allo Stelvio e scende per la Val Müstair compiendo un giro ad anello su Malles. Eppure tutti mi superavano, non solo motociclisti (odiosi) e automobilisti (troppo facile): decine di ciclisti, che salivano come gazzelle libere in una savana di roccette. In fondo è solo un passo di montagna, nulla di impossibile.

Al mattino invece mi sveglio e devo attardarmi per pagare il campeggio. Mi salta la valvola di una gomma e devo cambiare camera d’aria. Rivoluziono tutto e parto tardissimo, il tempo gira e so che potrebbe piovere. Ma al freddo dei 2700 m. con neve e vento gelido non ero preparato. E non pensavo che avrei sofferto tanto, mai così tanto. Una salita come un calvario, una sosta dolorosa e glaciale, senza pace, una discesa mortale a razzo per riconquistare un po’ di calore.

Fino a prima dello Stelvio le  mie camminate erano state cose facili: mai fino ai limiti, soprattutto mai andato oltre. Fatica e sudore, rischio e pericolo anche: ma sempre al di qua di una sottile linea rossa. Infranta sullo Stelvio. Ad ogni pedalata mi sono sentito morire, mi sarei gettato a terra ansimando, avrei gettato la spugna…

Invece ho continuato, ripetendomi che si poteva, si doveva, che era quasi fatta. Quattro ore di nastro rotto sulla stessa sinfonia, senza alcun piacere. Neanche la vista. Ma sono arrivato in cima, ho conquistato lo Stelvio, ce l’ho fatta!

E perché? Cosa l’ho fatto a fare il passo più ambito d’Italia? Neanche il tempo di rispondermi, volevo solo scendere e smettere di soffrire. Scarsa ricompensa, inutile conquista.

Stelvio

Ho imparato sullo Stelvio una lezione importante: merito della stupidità con cui ho preteso di fare qualcosa sopra le mie capacità senza sufficiente esperienza. La forza di volontà mi ha salvato, mi ha sorretto: ora so quanto nascondiamo dentro. Siamo capaci di dare molto più di quanto normalmente mostriamo; ma è come se non lo sapessimo, perché non ci spingiamo mai oltre i limiti a curiosare. E sono tornato a casa con la particolare sensazione che per ogni cosa ci deve essere un senso. Uno sforzo fisico fine a sé stesso non ha senso, almeno per me. Salire e scendere lo Stelvio per fare l’impresa è scioccamente umano, tristemente sterile. Alla fine, fanno forse meglio i motociclisti: almeno condividono la compagnia e mettono da parte qualche bel ricordo per il letargo invernale.

Ho fatto poco di buono questo sabato senza sole di metà Luglio. Ma non è stato tempo sprecato: ho imparato a superare i miei limiti e compreso che va fatto solo quando ne vale la pena.

Forse, lo Stelvio era l’unico modo per mettere Stef sulla giusta strada. O altrimenti, dove sarebbe ancora?

Annunci