Tag Archives: rifugio

Via ferrata, dentro e fuori

10 Lug

Avvicinamento: Sassolungo

Quando avevo deciso di partecipare alla gita del CAI in questo pallido inizio d’estate, non avevo idea di come mi sarei sentito sul pullman che c’avrebbe portato nel cuore delle Dolomiti, al cospetto del Sella. Nel portafogli conservo la vecchia foto della storica tessera di socio del Club Alpino Italiano: data del primo bollino, 1988. Appena 5 anni, merito dei miei genitori se già allora entravo in contatto con la montagna. A gennaio 2009 erano passati 4 anni dall’ultimo rinnovo e anche la foto andava aggiornata: in mezzo c’erano università, città, nuovo mondo e tante esperienze.

Avevo voglia di tornare a partecipare, a muovermi con gli altri, ad approfittare della tradizione e della forza di un gruppo che ama e rispetta la montagna e la natura intera. Iscrivermi nuovamente e scegliere la sezione di Milano è stata un’ottima scelta: ambiente vario, tanti giovani, spirito d’azione. Aspettavo solo l’occasione per buttarmi anch’io, e l’escursione di due giorni al Sassopiatto per la Ferrata Oskar Schuster si offriva su un piatto d’argento. Non volevo proprio perdermela!

Sassopiatto è ormai sinonimo di tante bellezze e prelibatezze per me, elementi di un quadro cui sono affezionato. La ferrata è un’esperienza che volevo provare, forse memore del corso d’alpinismo o spinto dalla voglia di passare la dove non tutti osano, dove la roccia è viva e dialoga con te. Solo l’inverno in ritardo, che dopo un lungo disgelo si era arroccato nei canali fra le pareti nord di tutte le Alpi, mi facevano temere per la camminata. Timori ragionevoli, smentiti dai fatti.

Difficile dormire la notte prima della gita. Tanta curiosità, attesa, eccitamento per quello che deve ancora venire. Poi prepararsi ed uscire è facile. Trovare il pullman e incontrare le prime persone scorre via liscio. E non appena siamo tutti sulla stessa barca a sei ruote ci si conosce, si offrono torte, si ride e si studia il territorio, colpito dalla dura tempesta notturna. Mi sembra di essere in partenza alla gita scolastica di un corso per adulti: scuola di socialità per educarsi a condividere.

Il tempo scorre lento, scandito dal conto alla rovescia per quando avremo gli scarponi ai piedi. La nostra guida e gli altri accompagnatori illustrano il percorso e le opzioni: non mentono ma sanno che la ferrata è fortemente in dubbio. La responsabilità di 25 delle 50 persone non è un fardello leggero, neppure per navigati stambecchi d’alta quota. E il branco ha le sue regole, la sua dimensione critica che non si può ignorare: in una via, anche la più semplice, ci si ritrova tutti compagni, legati agli altri fisicamente e spiritualmente. Il destino del gruppo è quello di ogni singola persona.

Quindi la sosta a Canazei è irrinunciabile, anche se un po’ fredda (i valligiani non aiutano, purtroppo); la salita con la costosa e assurda ovovia da 2 persone un obbligo. Ma se si comprendono le ragioni del fare gruppo, allora si condividono anche questi momenti e li si conservano come originali momenti, buoni per una zuppa e quattro risate. E non c’è pile o tisana che possa far meglio di una risata tra persone che appena si sono conosciute.

La neve, ai 2600m della forcella fra Sassolungo (Langkofel) e Sassopiatto (Plattkofel), è subito protagonista e trasforma una facile discesa tra gli aguzzi denti dei due Sassi in un divertente scivolone, frenato da gradini improvvisati e scarponi usati come sci. In ogni caso il rifugio Vicenza è vicino e pronto a ristorarci con un aperitivo d’alta quota. Godersi lo spettacolo verticale della roccia mentre sull’alpe di Siusi si allungano le ombre serali trasforma l’ordinario sabato sera, che a Milano si sarebbe spento tra cocktail e chiasso modaiolo.

Mi accompagna invece una birra di frumento e la scoperta sempre più piacevole dell’allegra banda CAI: l’atmosfera è quella identica di quando da bambino giocherellavo fra vecchi alpinisti cercando di farmi notare. Nelle gite del CAI si genera una dimensione conviviale che rompe le distanze fra persone, annulla l’età e cancella i timori. La montagna certamente serve da collante per unire tutti gli elementi: eppure non posso che stupirmi davanti alla semplicità con cui diventiamo conoscenti e poi amici.

La cena è la ciliegina sulla torta: abbondante, gustosa, grassa e locale. Non manca nulla. Di nostro ci mettiamo tanta allegria e le ultime energie conservate gelosamente e spese con gioia. La decisione intanto, al tavolo delle guide, sembra presa: si farà la ferrata. Le rassicurazioni del rifugista e le notizie raccolte bastano a convincere che la via è aperta, già battuta, magari un po’ innevata ma per questo motivo ancora più ambita. Ci ritiriamo per caricare le batterie e il primo giorno, l’Avvicinamento al cospetto del Sassolungo, si chiude fra rumori molesti e sogni di roccia…

Ferrata: Sassopiatto

Perché la roccia sarà protagonista di questa giornata. La roccia e la neve, il ghiaccio e le ombre fredde della via sulla parete nord-est del Sassopiatto. Il risveglio rincorre l’alba per via degli animi impazienti al cospetto della montagna. Rassettiamo le nostre cose e facciamo scorta di calorie; fuori l’aria è fresca e pulita, mentre lo sguardo si perde a cercare il sinuoso sentiero che porta all’attacco della ferrata.

Presto un serpentone di trenta persone di muove ordinato e composto; regna un silenzio celebrativo, quasi ossequioso. Sappiamo che solo oltre la prima catena potremo considerarci davvero a contato con la roccia, mani e piedi, corpo e spirito. Ma l’ultimo ripido traverso in mezzo alla neve gelata, quando già si intuisce la traccia pressoché verticale sopra di noi, fa temere per la prosecuzione della camminata.

Per guide ed accompagnatori questi sono i momenti più importanti, davvero critici. Proseguire significa caricarsi della responsabilità di ogni persona e del gruppo intero; rinunciare porta inevitabilmente sconforto e delusione. Cosa scegliere, quando una ferrata si preannuncia più difficile del previsto, quasi una via alpinistica con magari qualche passaggio non previsto al di sopra delle capacità del gruppo?

La colonna si ferma per attrezzarsi, poi abili piedi davanti a tutti iniziano a segnare gradini nella neve, seguono la roccia abbracciandola e superandola, studiano la via migliore per ascendere la cima. La scelta è presa, nessuno si ritira: solo i posteri a questo punto potranno giudicare la bontà o l’avventatezza delle nostre azioni.

Avventura e suspense non mancano di certo. Siamo una lunga fila, lenta e complicata da certe inesperienze. Il sole splende ancora ma non certo sui nostri corpi infreddoliti, battuti spesso da un vento pungente, mentre dense nuvole si affacciano dietro le cime. Un compagno scivola giù per un canalino ghiacciato: è il momento più difficile. Per fortuna e per abilità non si fa male e ritorna in colonna: l’adrenalina lo carica come mai prima, ma la paura si prenderà la sua rivincita presto o tardi.

Sono passaggi d’alpinismo e traversi sul ghiaccio, poca ferrata assicurata con catene e funi. Si arrampica oggi, si fa esperienza sulla nuda roccia. Buttiamo qualche tiro di corda per tranquillizzare gli animi, eppure si sentono commenti poco allegri. Ma a poco a poco, ora dopo ora e metro dopo metro, il Sassopiatto si fa stretto e piccolo sopra le nostre teste: la cima non è più così lontana. Dai che è quasi fatta!

Io salgo tutta la ferrata nelle ultime posizioni, cercando di concentrarmi tanto fuori quanto dentro. Impegno e rispetto, verso tutti e verso ogni cosa. Sei cosciente di avere tra le mani la tua stessa vita e riscopri quanto sia preziosa, in ogni respiro e ogni sguardo. Quando ormai intravedi la croce sulla colma sommitale ti rendi conto delle meravigliose viste che hai avuto lungo la via, e trovi la pace assoluta per fare tue le emozioni uniche dell’esperienza appena conclusa.

Ora partono i sorrisi e le risate, i ringraziamenti e gli abbracci: è gioia che esplode, felicità senza più i freni della mente! Momento buono anche per foto e spuntino, assolutamente meritato (visto che sulle spalle ho portato anche un carico di frutta fresca, pane e altre buone cose!). Poi le guide conducono la veloce discesa verso il resto del gruppo CAI, per pranzare e riposare a dovere.

La sosta non poteva essere migliore: il rifugio Sassopiatto. Sono innamorato del luogo, dell’accoglienza e delle pietanze che si assaporano in un’atmosfera di convivialità che ha pochi rivali, almeno nella mia esperienza. Succo di sambuco, torta di grano saraceno e strudel coronano la mia domenica mattina: potrei sdraiarmi e non fare altro per il resto della giornata, appagato e felice. Ma ovviamente dobbiamo tornare al Passo Sella, al pullman, a Milano.

Già, Milano. Quella città che mi ha adottato, e da cui mi voglio emancipare. Il suo pensiero mi occupa la mente lungo l’ultimo sentiero e poi nel viaggio autostradale. Rifletto su ciò che cerco. Voglio intraprendere nuove esperienze: non solo nel weekend come fuga da una quotidianità troppo povera per soddisfare l’animo umano. La scelta è presa anche per me, come la guida qualche ora prima. Lui ha vinto la sfida, portando tutto il gruppo a casa felice, sano e salvo. Mi chiedo se vincerò la mia sfida…

Ma in fondo la parte migliore di ogni impresa è durante il confronto: se sapessimo da sempre il risultato finale, non ci giocheremmo davvero. Non ne varrebbe la pena. Invece una scelta è una scommessa da vivere fino in fondo, con la fiducia che nulla avviene per caso e ogni strada può portare a splendide cime, se si ha la tenacia di insistere e non gettare la spugna.

_

Per vedere tutte le foto della Via ferrata, dentro e fuori, clicca qui.

Sasso Piatto, Dolomiti

7 Mar

L’autunno è appena cominciato, il momento giusto per vivere un’avventura in alta quota. Ci vogliono due giorni almeno, e una notte in rifugio, perché sia davvero una camminata speciale. La meta scelta è il Sasso Piatto (il Plattkofel degli altoatesini), l’omonimo rifugio noto per la qualità che lo contraddistingue e i sentieri a cavallo fra Alpe di Siusi e Val Duron. Compagno di viaggio il vecchio amico Raff detto guance rosse.

Sabato 1 Ottobre 2008

Corriamo in auto lungo il Lago di Como di primo mattino. Solo l’acqua oltre a noi si muove delicatamente, riflettendo l’alba e disegnando forme misteriose, come una lavagna nera invasa di colori caldi e montagne prealpine. Questa vuol essere un’uscita ricca di esperienze diverse: culturali, sportive, naturalistiche, culinarie, mistiche. E le prime ore di macchina non smentiscono le aspettative, con la prematura nevicata che ha sorpreso le cime e le foreste di abeti e larici in piena veste ancora estiva.

Una prima fermata per bresaola e pane a Chiavenna, poi a Piuro una seconda tappa per un pacco di biscotti artigianali, famosi in valle ma sconosciuti ai più, che rallegreranno tutto il nostro viaggio. Sono questi piccoli produttori, consigliati da una coppia di amici intenditori, a mantenere vive tradizioni genuine, che ereditano lo splendore del burro, della carne e delle farine. Le curve del Maloja ci portano al primo passo, innevato e gelido, e ci consentono di sorprendere una Sankt Moritz ancora addormentata, avvolta in un’atmosfera invernale e rilassata.

Ancora curve e un secondo passo: terre d’Engadina che confermano la leggenda di Olimpia del turismo alpino e mostrano una cura e un’attenzione in piena contraddizione con le tendenze all’abbandono della montagna. Si torna infine in Italia entrando in terre che conosco bene, che ho imparato senza fatica ad amare e apprezzare. Una sosta in Val Venosta è sempre una festa, come d’obbligo è una fetta di Schwarzwald Torte e un tè caldo.

C’è stato un tempo in cui Fritz era un localino molto semplice, condotto da due vecchie signore zitelle incallite, premurose e di poche parole come le nostre nonne. La porta a fianco del vecchio bar ospitava una panetteria, forse il miglior vinschgau paarl che abbia mai provato. Ora le signore sono in pensione, il bar è stato rinnovato dai proprietari della panetteria e non si sforna più pane. Le torte però sono rimaste quelle buonissime di un tempo: davanti all’ampia vetrata con vista sul König Ortler affondo la forchetta e lascio correre i pensieri.

Non vedo riflessa la mia immagine nel vetro, ma è questa valle che si riflette dentro i miei ricordi. Le case, le persone sulla strada, le mele squisite in questa stagione, la Forst e la conca che ospita Merano, poi giù verso Bolzano con la prepotente industrializzazione della sua periferia, sono cartoline che ricevo dal passato e aggiorno al presente. Con qualche dolore, ma soprattutto gioia.

Le giornate sono ormai più corte e non possiamo perdere troppo tempo. Risaliamo ancora un passo, tra il Catinaccio (Rosengarten, giardino di rose: i colori delle Dolomiti al crepuscolo e all’alba) ed il Latemar. La spruzzata di neve della notte carica gli abeti, sembrano sentinelle a protezione delle fortezze alpine. Soldati candidi e silenti, protagonisti di una natura senza tempo. Non ci resta che godere l’ambiente con un’ultima tappa prima del sentiero, sulle rive del meraviglioso Lago di Carezza: un profondo blu-verde al centro della foresta improvvisamente invecchiata per il gelo. Una carezza per l’anima.

In Val di Fassa si conclude il nostro lungo peregrinare in auto e a Campitello non fatichiamo a trovare un posteggio gratuito. Il fuori-stagione offre molti vantaggi, regala momenti di vera tranquillità. Inforchiamo gli scarponi e velocemente siamo in cammino; al rifugio sanno del nostro arrivo ma l’ora si è fatta davvero tarda. La neve è caduta copiosa nella notte e presto ci rallenta il cammino, regalandoci però momenti di puro divertimento, immersi in morbide forme bianche su un sentiero che sembra perdersi ad ogni passo.

La salita è lunga e naturalmente dura. Nell’ultimo tratto si percorre all’aperto un’ampia riva che scende dal Sasso Piatto e restiamo esposti al vento da ovest, gelido come la neve che solleva in ampie folate. Ci ripariamo senza fermarci, risaliamo con i vestiti incrostati di ghiaccio, scrutiamo la sagoma del Catinaccio mentre il sole s’ingiallisce andando a riposarsi dietro lo Sciliar. L’arrivo al caldo del rifugio ritempra i nostri animi e sorprende i gestori, che ci credevano rinunciatari.

Noi invece ci convinciamo che il momento è buono per tornare fuori un’ultima volta. Risaliamo la riva sopra il rifugio e ci confrontiamo col vento per vivere uno dei momenti più intensi di sempre. C’è qualcosa di incredibilmente piacevole nello stare in piedi in mezzo alla bufera, senza arretrare di un passo, davanti allo spettacolo delle Dolomiti in abiti invernali. Un confronto con la natura che si riverbera dentro di sé in un confronto con i propri ideali, le proprie scelte, la propria strada. Il fresco entra fra le fessure delle barriere che opponiamo all’esterno, donando un brivido: mente fredda ma cuore caldo. Un punto d’equilibrio, precario ma intenso.

Scendiamo poi al rifugio Plattkofel. Ci cambiamo e ci dedichiamo alla serata, accompagnati dalla gentilezza dei gestori, dai loro piatti abbondanti e corposi, buoni secondo tradizione. Siamo in pochi a godere del tramonto e dell’atmosfera che si respira. Sento i muscoli pulsanti per la salita ed ho la percezione di vivere intensamente ogni momento. Non è speciale: è proprio una meraviglia, che non voglio perdermi.

Domenica 2 Ottobre 2008

Torniamo a tavola subito dopo essere strisciati fuori dal caldo del sacco a pelo e delle coperte. Basta un maglione o una tuta e già si banchetta con grassi e zuccheri, indispensabili per la giornata che ci aspetta. Bel rifugio il Sasso Piatto: alla mia seconda visita ritrovo il piacere di sedere alle sue panche, sfogliare i libri a disposizione, godermi le cime incorniciate nel legno chiaro delle finestre ristrutturate.

La colazione sostanziosa prelude ad una camminata difficoltosa. La giornata è splendida, di un blu che contrasta perfettamente con il bianco candore della neve. Decidiamo di scendere lungo la Val Duron per riportarci verso Campitello. Escludiamo di girare attorno a Plattkofel e Langkofel per la troppa neve: andremmo a camminare su un percorso precario e rischioso. Percorriamo allora la cresta che porta all’Alpe di Tires con davanti la mole imponente del Catinaccio, oggi un meraviglioso giardino di rose tutte bianche.

Camminare sprofondando ad ogni passo è divertente, ma anche difficoltoso, e così i tempi si dilatano tra una foto, una pausa di contemplazione e molte risate. I discorsi si perdono nell’aria pura, senza odori: un timbro neutro che lascia spazio alla fantasia. E’ l’effetto della neve, che copre tutto e rimescola le carte, intreccia i percorsi personali che finiscono per ritrovarsi solo dopo essersi persi. Un processo che può donare senso a chi crede d’averlo smarrito.

Ancora poche persone lungo i sentieri, giusto qualche straniero. Inevitabilmente il discorso cade sul disinteresse degli italiani verso la montagna, i malanni del nostro Paese ed i problemi che non risolviamo mai. Siamo buoni compagni su questi sentieri incrostati di ghiaccio, abbiamo un passo allegro, ci distraiamo facilmente: ma è questo il bello della condivisione. La tappa migliore la riserviamo al ricomparire dei primi prati verdi, nuovamente in mezzo ai boschi: bresaola, pane e biscotti, acqua, frutta. Elementi essenziali, che apprezziamo e consumiamo con gioia, assaporando tutto il gusto delle cose semplici. Piccole esperienze uniche, rintracciabili domani in nuove avventure.

L’arrivo all’auto è solo l’ultimo passo con gli scarponi. Ci resta la lunga autostrada, inizialmente sul fianco dell’Adige, poi tagliando la Pianura Padana e infine risalendo verso l’intaglio del Lago di Como. Morsico una mela venostana e penso al mio appartamento a Milano; poi alzo gli occhi verso il Monte Generoso, che sembra protendersi in un abbraccio ideale verso le terre basse. Una piccola cima che ogni anno risalgo velocemente, avido di panorami e tramonti, rimarcando la mia presenza in queste terre, la mia appartenenza ad un territorio di confine, una terra di mezzo.

Manca la musica, non mancano le chiacchiere. Così passano velocemente le ore e ci troviamo nei pressi di Como. Sono carico di emozioni dalla camminata e di pensieri per l’importante scadenza che si avvicina. E sorrido perché credo non avrei potuto passare in modo migliore l’ultimo fine settimana della mia vita da studente.

_

Per vedere tutte le foto del Sasso Piatto, clicca qui.