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London / Life / Ars

26 Mar

La mia latitanza dal blog non può che essere rimediata con un bel lungo post ;-)

Un paio di settimane fa ho fatto un po’ di ferie a Londra, London per gli amici. Mi era capitato di passare, dalla capitale londinese, solo un paio di pomeriggi estivi nei passati 25 anni. Storie da vacanze studio che è meglio non rivangare!

Insomma partivo per Londra con il solo ricordo (mediocre) della Tower of London e arrivavo carico di curiosità, come sempre. Complici di questo viaggio compatto e concentrato, ma dalle intenzioni assolutamente rilassate (beh, almeno idealmente ;-), un’amica di vecchia data, il suo bel appartamentino con finestra sul cortile ed un elenco abbastanza ampio di posti da vedere, posti da provare, posti da gustare.

L’amica è la mano invisibile che opera dietro al neo-nato sito ArsLifeLondon, dove gli appassionati d’arte possono trovare le ultime notizie sull’argomento e molto altro. La signorina, tanto per incasinarsi un po’ la vita, ha pensato di ospitarmi per 4 giorni, evidentemente sottovalutando ciò a cui andava incontro!

Da una parte mi sono lasciato stimolare dall’arte, intesa nelle sue forme più varie. Dall’altra ho cercato espressioni ed esperienze di vita diverse e genuine. E alla fine del viaggio posso dire che, pur senza aver visto il Big Ben e Camden, ho trovato ottimo pane per i miei denti.

Ma come raccontarlo, questa volta? Ancora un finto reportage “a modo mio”, oppure una nuova forma per Lonely Walker? Ho scelto di rinnovare un po’ il blog, ecco. La direzione è quella della semplicità ed dell’essenzialità. Oggi il web sembra trascinarci alla deriva in un mare di informazioni, canali, tematiche – ma finiamo solo per sentirci dispersi.

Meglio invece fare ordine e concentrarsi su ciò che ha valore. Per me ovviamente, e per chi passa di qua casualmente o intenzionalmente. Questo racconto fuori-testo sulle ferie Londinesi ne sono quindi una sorta di prova generale… Per il resto, chi vivrà, vedrà.

* La notte e lo shock: sono arrivato in città catapultato in piena notte, a Piccadilly Circus, alla ricerca semidisperata di un bus che mi portasse verso lo stadio dell’Arsenal. Non so se sembravo più fuori di testa io, oppure i ragazzi sfatti per le strada. In ogni caso, gli appartamenti che hanno ricavato dall’ex stadio della celebre squadra londinese sono proprio belli ed hanno reso la mia permanenza un vero lusso.

* Le sveglie: anche senza sveglia, alle 7 sveglio come suonassero le campane. Niente suoni, ma troppa voglia di curiosare in giro – mica sono a Londra tutte le settimane! Allora sotto con le colazioni: a casa, a La Fromagerie, a Poilane, al Borough Market, allo Spitalfields Markets… Cappucci enormi, da leccarsi i baffi (o le labbra, se i vicini non fraintendono), croissant da manuale e porzioni decisamente maggiorate. Adoro questo sincretismo culinario :-)

* Musei da rimanerci (più morti che vivi): splendidi palazzi ed originali soluzioni ospitano alcune delle collezioni più importanti del mondo. Io ho perso piacevolmente il mio tempo al British Museum, alla Tate Modern e alla National Gallery, ma non è che una piccola parte. Adoro lasciarmi coinvolgere dalle opere, farmi trasportare in altre dimensioni e curiosare oltre il muro della realtà – il rischio però è che l’enorme quantità finisca per strozzare, stancare, sterilizzare. Piccole dosi, dice il saggio: e allora fuori, verso un pub a riprendere fiato (e liquidi)!

* Ars: si perché oltre alle istituzioni elenfatiache (ma tenute benissimo, e pure gratuite – alla faccia dei vanti nostrani), Londra pullula d’arte con mostre, installazioni, designer, locali, gallerie, case d’asta e molto molto ancora. Da profano, ho solamente annusato l’ambiente, grazie anche alla mia gentile padrona di casa. E curiosamente, mi resta soprattutto in testa il film di BanksyExit through the gift shop: da parecchio non trovavo uno spirito cinematografico così genuino. Evidentemente, ci voleva uno che di solito fa streetart per svelare come un vecchio mezzo può ancora parlare ai giovani se indovina la forma giusta…

* Slow food, Made fast: se New York, a suo tempo, aveva rappresentato per me l’incontro con il vero stile fast food, e se gli ultimi anni li ho passati alla ricerca dello stile slow food… Londra mi ha stupito con il suo stile mischiato – dove per l’appunto non si capisce più nulla (quasi). Ci sono alcuni dogmi imprescindibili: tutto è catena, o almeno può esserlo; tutto deve essere buono, giusto e bello, o almeno sembrarlo il più possibile. Riassumendo, mi è sembrato che il vecchio insano mondo del fast food stia cercando di farsi il lifting per diventare slow, ovvero nutriente bio sano dietetico sofisticato modaiolo. Un successo assoluto, che dilaga a macchia d’olio (ben oltre la Manica, anche). Intendiamoci però: non tutto è male; anzi, c’è da leccarsi i baffi e la qualità media mi è sembrata alta. Forse un po’ artefatta, ma ben oltre certi pregiudizi.

* Life: una città cosmopolita come London offre mille occasioni di osservare, sperimentare e scoprire espressioni di vita così lontate, eppure così vicine, rispetto alla propria esperienza quotidiana. C’è allora Andrea e fidanzata, Carlo, Alice, Sara e tanti tanti altri in “missione estera”, in cerca di una propria via che possa rendere felici. C’è chi crede di averla trovata, chi si illude e pure chi si lamenta – in ogni caso, quando ci si pesa integralmente sulla bilancia, non è Londra a fare la differenza. Non so se sia colpa della città, o del nostro carattere di italiani. Probabilmente di entrambi: troppo leggera ed esotica la prima, troppo complessi e mediterranei noialtri. Eppure è proprio da questa fusione incontrollata di esperienze che vengono fuori alcune dei passaggi più importanti e più belli della nostra vita.

* Hakkasan e il cibo: inutile dirlo, a Londra mi sono dato da fare per provare un sacco di cose diverse – e questo significa doppie colazioni, spuntini e drink, il tutto condito da ricerche un po’ matte e una curiosità sconfinata. Ho trovato una scena molto buona sul lato pane e pasticceria, con alcune fissazioni (il sourdough ed i pani stranieri), e una splendida varietà di cucine etniche. Su tutto spicca un pranzo dim sum da sballo all’Hakkasan, locale consigliatomi e che consiglio caldamente, il clima rustico e casinaro dei pub, le colazioni serenissime nonostante l’affollamento e la fretta (come dire, un espresso non deve essere la materializzazione del nervosismo moderno, ma un antidodo con cui rilassare corpo e mente), e l’allegria dei mercati dove al pane frenchstyle si accompagna un piatto bengalese e si innaffia il tutto con birre inglesi. Sono momenti straordinari perché fuori dalla quotidianità, che invece compone con gusto la trama delle nostre giornate: due momenti e due esperienze distinte e complementari, assolutamente irrinunciabili.

* Londra, vecchia leonessa sdentata ma dai baffi lunghi: fin dal primo momento la città mi ha trasmesso un’immagine di vecchio splendore ormai superato dalla storia. Lo si avverte per strada, camminando a piedi per ore, guardando i passanti negli occhi, curiosando le vetrine e lasciandosi trasportare come il vento e l’istinto comandano. Uno splendore che riluce ancora in questo e quello, in una City forte e ricca, in un governo che stringe la mano ai potenti della terra. Uno splendore che sbiadisce davanti alla povertà generata dal sistema, di cui la sporca Tube è il primo segno evidente. I contrasti sono realtà in ogni grande città, e Londra ne ha un ricco campionario: la sua particolarità mi sembra l’aspetto nobile e antiquato, aristocratico e logoro – quello di chi ha vissuto al centro del mondo per un certo tempo e non si arrende al fatto che il mondo si è spostato oltre. Questo mood, questa atmosfera in un certo senso surreale, ha un fascino squisitamente irresistibile…

A Monaco di Baviera, in una lunga ed armoniosa colazione da Le pain quotidien (da rivalutare), esploravo tutti questi pensieri e riallacciavo le emozioni, in cerca del senso del mio viaggiare. Spesso si parte per rilassarsi, vedere qualcosa di bello e star bene, staccando la spina. Sorry guys: io volevo invece attaccare la spina e vedere di che luce brilla Londra, storica ammiraglia del nostro vecchio mondo. Ma non riuscivo a trovare il filo conduttore delle diverse esperienze.

In serata poi scorrevo la tundra bavarese in bus verso Bolzano, entrando nelle montagne dove mi sento sempre a casa. Curiosavo fra le foto scattate, i té ed i pani presi lungo la strada, i piccoli ricordi materiali e soprattutto non materiali che portavo (e porto ancora) con me – ed in mezzo a questi pensieri, con lo spirito giusto, una canzone mi ha ricordato la stessa ragione del viaggio… viaggiare.

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As usual, photos are on my Flickr page.

Sorsi di Barbaresco

6 Dic

Fingersi esperti di vino e girare per cantine tutto il giorno: semplicemente un’esperienza favolosa!

Anche chi non può dirsi un intenditore (come chi scrive), chi non ha fatto corsi e non ha referenze da sommelier, semplicemente col gusto e con la giusta curiosità, può divertirsi e imparare molto. Si, anche imparare: a distinguere, a degustare invece che semplicemtne bere e mangiare, a dare il giusto valore al lavoro ed alle tradizioni, alle capacità ed alla poesia di un luogo.

Sabato scorso sono stato in Langa con un gruppetto di amici (un insieme eterogeno e strambo, quindi azzeccato). Le Langhe, terra italiana piemontese cuneese, è soprattutto un territorio estremamente vocato alla viticoltura. Traducendo: i vini che si producono intorno ad Alba sono tra i migliori d’Italia e del mondo intero. Alcuni dei nomi più celebri hanno le radici affondate nelle basse ma ripide colline che ondeggiano a sud di Torino: Barolo, Barbera, Dolcetto, Barbaresco, e altri ancora. E’ la terra della celebre cantina Gaja. E’ la terra dei tartufi. E’ insomma un ambiente in cui si mangia e si beve bene, e qualche volta benissimo.

Mi fermo qua: perché esplorare tutte le Langhe sarebbe un compito oneroso, che chiamerebbe in causa anche pesia e letteratura, storia ed antropologia, economia e molto altro. Noi ci siamo fermati nei dintorni di Barbaresco, per degustare (e acquistare, ovviamente!) alcuni grandi Cru della zona (Cru = appezzamenti più vocati alla viticoltura, che danno grandi vini, in genere): Montestefano, Rabajà, Nervo, Pajoré, Rizzi. Sono sempre uve Nebbiolo, vitigno autoctono, cioè locale (per la gioia di Slow Food – che per inciso è nato sempre in zona), provati in varie denominazioni: Barbaresco, Dolcetto d’Alba, Barbera.

Le nostre guide, i delegati Stiv Novati e Gordon Pagani, sommelier dal naso fino e dalla forchetta buona, ci hanno condotti in tre cantine, selezionate attentamente per qualità e caratteristiche specifiche (ora mi spiego). In ordine orario: Rivella, Luisin, Rizzi. Nel mezzo, una breve ma sostanziosa pausa pranzo in un vicino ristorante, dove abbiamo gustato anche i Tajarin (la foto rende più delle parole, mi pare). Ma la giornata era vino-centrica ed i campioni (così si parla!) provati, non pochi, condividevano tutti lo stesso spirito vinicolo (si, mi si passi il termine): una filosofia produttiva che predilige la tradizione, senza negare il progresso, ma cercando di conservare i tratti caratteristici ed unici dei diversi vitigni.

Per questo non c’erano vini affinati in Barrique, tranne un Barbera, in ogni caso ben fatto. Il passaggio del vino nelle botti piccole di rovere francese (o dell’est Europa… la globalizzazione non risparmia certo il vino), non è di per sé un male, anzi: dona struttura e piacevolezza, arrotonda il prodotto e lo rende accattivante. Alcuni dicono sexy: ecco perché consigliano di offrire questi vini per conquistare una donna. Peccato che queste tecniche di affinamento siano spesso abusate, portando ad un appiattimento del vino su gusti tutti uguali e monotoni. Sparisce la tipicità e la diversità, quindi l’unicità del vino al palato. Forse allora meglio conquistare con un vino unico, come la donna a cui lo si offre.

Ma scendiamo dalle nuvole, restiamo a terra. Le tre cantine realizzano ancora il vino in vigna (e dove, altrimenti?), senza barbatrucchi e trovate commerciali. Sono prodotti che impiegano anni per essere pronti da bere: 4 sono ancora pochi, meglio dai 5 anni in su. Prima sono bambini, e scalpitano nel bicchiere come sulle papille gustative. Ma una volta maturi, quando possono esprimere la loro struttura complessa e articolata, sono grandi vini per buoni momenti in compagnia o da soli.

Credo però che il vino sia migliore se condiviso, gustato al momento giusto con le persone giuste. Non sempre funziona così… ma quando riesce, non si dimentica! Intanto noi abbiamo caricato le macchine di bottiglie, e ora non ci resta altro che organizzare feste, cene, degustazioni per consumare questi estratti di storia e tradizione, lavoro e passione, tenacia e, perché no, poesia.

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Per vedere altre foto scattate tra le vigne del Barbaresco, clicca qui.