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Kind of Magic

16 Nov

Non servono parole per raccontare certi momenti. Non bastano. Perché non riescono a rendere reale qualcosa che si può solo vivere di persona.

Vale per una corsa nell’autunno al tramonto. Vale per un pane o un dolce fatti in casa. Vale per mille cose: ognuno ha le proprie. Con incredibile semplicità ci sono momenti che esprimono tutto uno stato d’animo, un’atmosfera, un momento della propria vita senza barriere, senza freni, senza compromessi. E arrivano improvvisi.

Per me accarezzare con piedi stanchi ma leggeri le foglie che colorano di rosso le strade, cogliere l’attimo in cui il sole muore nel rosso del tramonto, aprire la braccia nell’aria della sera. E anche impastare gli elementi, aspettare che crescano, dargli forma e accompagnarli nella nuova vita dopo il calore del forno.

Le parole non ci arrivano, si perdono fra emozioni e sentimenti senza nome. Che però hanno un gusto preciso. Ricordi l’ultima volta che ti sei affacciato su un panorama sconfinato, senza un pensiero e col cuore aperto? Non dovrebbe essere solo un ricordo, bello ma lontano. Dovrebbe dare carattere ad ogni giorno, ogni istante che si vive.

Perché, come mi ha detto qualcuno, la vita è proprio bella…

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Back from the Wild

29 Ott

La giacca in Gore-Tex era fradicia. Ogni vestito che indossavo, nonostante i materiali e le etichette, era umido o peggio, bagnato.

Camminavo da 11 ore con una sola breve pausa al freddo per mangiare una barretta. Il cielo era passato dal tiepido sole delle 9 alla neve delle 13 alla tempesta delle 17 alla nebbia gelida delle 20.

Ormai buio, ancora in salita dopo oltre 1500 m di dislivello, ancora dentro il Parc Naziunal Svizzer. Ma dovevo fare un ultimo passo, altrimenti il guardiaparco mi avrebbe multato. Inesorabile sentinella del selvaggio.

Me l’ero cercata, non potevo lamentarmi. Così ho montato la tenda al buio, già umida, appena due metri oltre il confine del parco. Terra libera che neanche mi gustavo. Pregavo invece che nello zaino qualcosa fosse rimasto asciutto.

In tenda, imbottito con tutto quello che avevo (e non era molto), con un po’ di pane e di cioccolato sotto i denti, non mi sembrava di essere a 2300 m. Mi attendeva una notte agitata e tenebrosa. Pensieri di superiorità e di presunzione…

*

Bolzano, fine estate. Ero indeciso sul cosa fare delle ferie. Una settimana in barca era già in calendario – ma l’altra? Canonico tempo da passare fuori ufficio, anche se troppe idee rischiano di creare solo confusione ed ansia.

Allora mi ero deciso per un’impresa. Quando sono incerto, preferisco sfidarmi e cercare di concludere qualcosa. Ma negli ultimi anni ho preso di mira soprattutto me stesso, senza darmi un limite preciso.

Non che abbia scalato l’Everest. Le vere imprese le lascio ad altri. Nel mio piccolo, però, volevo realizzare una vera spedizione alpina. Per me, quella definitiva.

Avevo camminato Alte Vie e piccole scorciatoie, dormito in rifugi ed in tenda, passeggiato in compagnia e scalato in solitaria. Cosa potevo fare per mettere insieme tutto questo? Cercavo un punto zero, un’esperienza che fosse una partenza nuova.

La settimana era la scusa giusta. Mi sono immaginato un cammino est-ovest dalla Val Venosta al cuore dei Grigioni, pienamente outdoor. Sei giorni di tappe forzate, decine di km, montagna vera e non valle, tenda, fornello, zaino grande, filtro per l’acqua, alimenti per ogni pasto, indumenti e attrezzature per qualsiasi condizione.

Da Mals in Venosta a Vals nei Grigioni. Dalla mia nuova terra ad uno dei gioielli proibiti delle Alpi. Dal presente al passato e quindi al futuro. Mi sono visto correre pericoli e sopportare grandi sforzi, poi arrivare alla meta e godermi le terme, la camera, la colazione ed il riposo.

Mi sono visto di spalle che partivo, superavo la mia sfida, godevo la ricompensa, scendevo la montagna diverso e cambiato. Eppure avevo una certa angoscia, prima di partire, che non sapevo spiegarmi, ma che non riuscivo a scacciare.

Un sabato mattina infine, sei giorni prima del mio ventisettesimo compleanno, sono partito davvero. Zaino in spalla, la strada sotto i piedi. Ed in effetti, è come se non fossi più tornato…

* *

Non mi sono mai svegliato con la tenda ghiacciata. Ma quel primo mattino, dopo un solo giorno di cammino assurdo e privo di senso, la nebbia ed il gelo mi hanno fatto capire dove ero finito: nel vuoto.

Avevo cercato solo la mia realizzazione personale. Non esisteva la natura e gli altri uomini – solo io ed il mio ego. Soddisfarlo superando i miei limiti, piegando ogni cosa al mio volere: questo il fuoco che mi aveva spinto all’avventura.

Durante la notte, preso dall’adrenalina e dallo sforzo, mi immaginavo eroe dei monti, avventuriero senza confini. In quei momenti, crediamo di potere ogni cosa che vogliamo. Forse è una difesa della mente, per non lasciarsi andare allo sconforto.

Il vuoto del mattino mi ha risvegliato. Uno shock semplice e diretto, su una mente ancora incapace di ragionare. Ma il cuore la precede: già sente tutto e batte un ritmo diverso.

Colazione a 2600 m con i primi raggi di sole. Ancora umido e freddo, la tenda un disastro, le gambe che ormai fanno male. Ma i pensieri volano altrove, come una valanga d’incontenibile energia.

Avevo tolto ogni cosa intorno a me, credendo di realizzarmi. Invece mi ero quasi annullato. Un’esperienza distruttiva ma istruttiva. Con presunzione ed ambizione inutile avevo ignorato la natura intorno a me, evitato l’incontro con gli altri – restando solo e vuoto come una candela morente in una stanza deserta.

Invece la luce può sempre risplendere, riaccendendo il fuoco della passione. Che è ricerca del bello, del giusto, del buono. Il bello dei panorami e delle foreste, dell’acqua lucente che solca la terra. Il giusto del cammino e delle pause, dello sforzo fisico e del godimento di ogni momento. Il buono del cammino condiviso, in solitaria come in compagnia, aprendo lo spirito a tutto ciò che si incontra sulla strada.

Ho abbandonato allora il progetto dell’impresa. Ho imparato che la vera sfida è cercare la realizzazione giorno dopo giorno in ogni cosa che si fa – senza ipocrisie, facendo del proprio meglio. Ho camminato ancora per due giorni, ho goduto la fortuna di poter vivere la natura in assoluta libertà. Mi sono dissetato alla fonte della montagna con tutti i sensi, fuori dal tempo e senza alcuna preoccupazione.

Sono ritornato a Bolzano con le gambe doloranti ma il cuore e la mente ricchi come mai prima. In fondo, i dolori sono una giusta punizione per la mia stupida presunzione. La ricchezza che ho imparato a riconoscere, invece, non ha prezzo.

* * *

Il punto zero. Questo cammino è il primo inaspettato passo verso nuove direzioni. E tutto perché ho saputo liberarmi di alcuni fantasmi, seppur con fatica e dolore.

Il fantasma di dimostrare a me stesso che sono più di quello che sono. Falso: non sono un santo o un eroe. Ma non devo, e non voglio, esserlo. Solo con limiti c’è vera libertà e con imperfezioni vita pienamente vissuta.

Il fantasma dei falsi valori che ogni giorno consumiamo in mille forme. Quale valore ha una nuova giacca, se poi mi fa da guscio totale verso l’esterno? La giusta attrezzatura è quella che permette di con-vivere con il mondo esterno nel migliore dei modi. Colori, stili, mode sono optional – non devono definire la strada, solo arricchirla.

Il fantasma della solitudine, come un vizio che non vogliamo toglierci. E che ha un fratello gemello nella ricerca incondizionata di compagnia. In questo tira e molla, scordiamo il valore delle relazioni con noi stessi e con gli altri. Affrontare i propri limiti insegna a conoscere sé stessi – un primo essenziale passo per incontrare gli altri.

Fuggire alimenta solo l’ansia di sentirsi vuoti e confusi. Aprirsi al confronto è facile solo sulla carta, ma è la via da percorrere. La strada non può essere solo definita sulla carta e neppure solo improvvisata al momento. Ci vuole una direzione e ci vuole l’interesse. Senso e passione.

Sulla strada ci aspettano momenti belli e momenti difficili. Entrambi indispensabili l’uno all’altro. Se non avessi faticato e sofferto quel sabato, non avrei goduto pienamente la domenica. Se non avessi resistito agli impulsi negativi della prima solitudine, non scriverei ora queste righe e non penserei già alla prossima colazione in compagnia.

E’ la sfida di ogni giorno, e voglio giocarmela tutta. Non gettare la spugna, proprio quando il gioco si fa più duro. Perché sembra sempre più duro che mai… finché non ci si accorge che tutti condividono lo stesso cammino: la strada è tanta, ma già molta è dietro le spalle.

Il senso stesso del cammino sta nell’andare: godere la vita per come è e non per come potrebbe essere.

NorthForth/7 . End

27 Ago

Everything must End, sooner or later.

Anche un piccolo viaggio Verso Nord. E pure un percorso a tappe attraverso i ricordi ed il raccolto portato a casa. A oltre due mesi di distanza, pure il tempo sembra perdere la sua importanza. Lasciando posto al semplice vissuto di quei giorni, a spasso nel cuore d’Europa.

La fine di queste ferie non ha grandi contenuti, solo una manciata di riflessioni, le prime a caldo e, forse, le più importanti. Perché sono come la mantecatura che imprime al piatto un gusto definitivo. E non è poco!

Guidare per ore e ore godendo la compagnia del silenzio, la musica dei rumori, i cambi della luce sul paesaggio del tempo… Una sintonia particolare che permette di leggere fra le righe delle esperienze appena vissute.

Lasciando Texel avevamo orientato la bussola verso sud. Ed io avevo deciso di lasciare il ruolo di guida per scoprire come andava. Spontaneità cercavo, improvvisazione pretendevo. Soprattutto da me stesso, spesso incapace di mollare le briglia anche nelle situazione più contorte.

In verità, ogni ruolo ha la sua importanza, con piaceri e doveri. Nella vita ho scelto tante volte di guidare – sono cresciuto imparando a guidare da me la mia canoa. Qualche volta invece, forse neanche poche, ho fatto il gregario, ricevendo senza pagare il giro. Ogni esperienza è un’occasione capire chi siamo – a patto di saper ascoltare, se stessi come gli altri ;-)

Ma a smettere i panni della guida, come va a finire? Succede che mi sento vuoto ed inutile, mentre gli altri sembrano abbandonati e spaesati. Si susseguono chilometri di strada con città e campagne trasparenti, ignote agli occhi distratti ed addormentati.

Viene la notte a Liegi tra un ostello ed un piatto caldo con qualche ultima birra. Ma il vuoto continua, un vuoto di passione, mascherato da stanchezza. Un vuoto che lascia spazio a pensieri silenziosi: piccoli appunti di verità nel proprio animo.

All’alba dell’ultimo giorno riprendo le redini del viaggio – mi sento oltre quel vuoto. Ma vuoto significa essere soli? No davvero: quello sarebbe viaggiare soli. Che ha tutto un altro gusto, spesso intenso come un fuoco di paglia, che svanisce presto.

Questo vuoto è invece presenza nel silenzio. Amici al fianco, anche senza bisogno di parole. Compagnia, pur nell’assenza di gesti eclatanti. Significativo è il momento passato assieme, condiviso. Un fuoco da legna che scalda lentamente, ma a lungo. Guardando indietro sulla via che pensavamo di aver camminato in solitaria, forse ci accorgiamo che altri ci hanno preso in braccio, lasciando una sola impronta per due.

Verità a volte difficile da cogliere…

Arriva il Ticino, aria di casa che ruba cuore e mente. Con un ultimo sussulto, la banda dei quattro si riprende e si prepara a rientrare nella quotidianità. Con tanto bagaglio, tutto da scaricare e gustare ancora. Con molte esperienze e pensieri, rivoli sparsi che confluiranno in qualche certezza futura. E con la sensazione in cuore di aver vissuto veramente, divertendosi e sperimentando – non di aver solo bighellonato ;-)

Buona strada a chi parte. Ma anche a chi torna. E, soprattutto, a chi riparte sempre…