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Deutschkurs unterwegs

18 Ago

Ancora una volta München. Questa volta per due settimane e per un corso di lingua. Insomma una dimensione del tutto nuova.

Per due settimane ho esplorato la città, la lingua, la storia, la cultura, le luci e le ombre di una terra straniera, con la quale mi sento in sintonia. Ho trovato conferme importanti e scoperto aspetti inediti, nascosti sotto litri di birra e volti solo in apparenza freddi.

E’ stato un tempo intenso, di quelli che si torna a ricordare ancora dopo anni. Ho cercato di dare un senso, un contenuto, ad ogni giorno ed ogni ora: anche le cose più piccole possono essere cariche di un grande valore. I ripassi di grammatica sono certo utili, ma gli incontri sulla strada e le sorprese che ci aspettano sono gemme di vita da non sprecare.

Ed è così che sono tornato a casa carico di un bagaglio incredibile. Ma la casa è sempre meno uno spazio chiuso fra pareti di cemento e sempre più un divenire delle esperienze che vivo. E’ già tempo di ripartire: le mete sono tante, anche se nascoste all’occhio dalla nebbia.

Ho raccolto delle foto e annotato alcune impressioni senza piani, ordine e rigore. Una forma inedita per un corso di tedesco anomalo: vissuto perennemente in giro, secondo il mio carattere.

A questa pagina si trova la raccolta: per ogni scatto una descrizione. Per tutto il resto, non c’è che chiedere.

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Via ferrata, dentro e fuori

10 Lug

Avvicinamento: Sassolungo

Quando avevo deciso di partecipare alla gita del CAI in questo pallido inizio d’estate, non avevo idea di come mi sarei sentito sul pullman che c’avrebbe portato nel cuore delle Dolomiti, al cospetto del Sella. Nel portafogli conservo la vecchia foto della storica tessera di socio del Club Alpino Italiano: data del primo bollino, 1988. Appena 5 anni, merito dei miei genitori se già allora entravo in contatto con la montagna. A gennaio 2009 erano passati 4 anni dall’ultimo rinnovo e anche la foto andava aggiornata: in mezzo c’erano università, città, nuovo mondo e tante esperienze.

Avevo voglia di tornare a partecipare, a muovermi con gli altri, ad approfittare della tradizione e della forza di un gruppo che ama e rispetta la montagna e la natura intera. Iscrivermi nuovamente e scegliere la sezione di Milano è stata un’ottima scelta: ambiente vario, tanti giovani, spirito d’azione. Aspettavo solo l’occasione per buttarmi anch’io, e l’escursione di due giorni al Sassopiatto per la Ferrata Oskar Schuster si offriva su un piatto d’argento. Non volevo proprio perdermela!

Sassopiatto è ormai sinonimo di tante bellezze e prelibatezze per me, elementi di un quadro cui sono affezionato. La ferrata è un’esperienza che volevo provare, forse memore del corso d’alpinismo o spinto dalla voglia di passare la dove non tutti osano, dove la roccia è viva e dialoga con te. Solo l’inverno in ritardo, che dopo un lungo disgelo si era arroccato nei canali fra le pareti nord di tutte le Alpi, mi facevano temere per la camminata. Timori ragionevoli, smentiti dai fatti.

Difficile dormire la notte prima della gita. Tanta curiosità, attesa, eccitamento per quello che deve ancora venire. Poi prepararsi ed uscire è facile. Trovare il pullman e incontrare le prime persone scorre via liscio. E non appena siamo tutti sulla stessa barca a sei ruote ci si conosce, si offrono torte, si ride e si studia il territorio, colpito dalla dura tempesta notturna. Mi sembra di essere in partenza alla gita scolastica di un corso per adulti: scuola di socialità per educarsi a condividere.

Il tempo scorre lento, scandito dal conto alla rovescia per quando avremo gli scarponi ai piedi. La nostra guida e gli altri accompagnatori illustrano il percorso e le opzioni: non mentono ma sanno che la ferrata è fortemente in dubbio. La responsabilità di 25 delle 50 persone non è un fardello leggero, neppure per navigati stambecchi d’alta quota. E il branco ha le sue regole, la sua dimensione critica che non si può ignorare: in una via, anche la più semplice, ci si ritrova tutti compagni, legati agli altri fisicamente e spiritualmente. Il destino del gruppo è quello di ogni singola persona.

Quindi la sosta a Canazei è irrinunciabile, anche se un po’ fredda (i valligiani non aiutano, purtroppo); la salita con la costosa e assurda ovovia da 2 persone un obbligo. Ma se si comprendono le ragioni del fare gruppo, allora si condividono anche questi momenti e li si conservano come originali momenti, buoni per una zuppa e quattro risate. E non c’è pile o tisana che possa far meglio di una risata tra persone che appena si sono conosciute.

La neve, ai 2600m della forcella fra Sassolungo (Langkofel) e Sassopiatto (Plattkofel), è subito protagonista e trasforma una facile discesa tra gli aguzzi denti dei due Sassi in un divertente scivolone, frenato da gradini improvvisati e scarponi usati come sci. In ogni caso il rifugio Vicenza è vicino e pronto a ristorarci con un aperitivo d’alta quota. Godersi lo spettacolo verticale della roccia mentre sull’alpe di Siusi si allungano le ombre serali trasforma l’ordinario sabato sera, che a Milano si sarebbe spento tra cocktail e chiasso modaiolo.

Mi accompagna invece una birra di frumento e la scoperta sempre più piacevole dell’allegra banda CAI: l’atmosfera è quella identica di quando da bambino giocherellavo fra vecchi alpinisti cercando di farmi notare. Nelle gite del CAI si genera una dimensione conviviale che rompe le distanze fra persone, annulla l’età e cancella i timori. La montagna certamente serve da collante per unire tutti gli elementi: eppure non posso che stupirmi davanti alla semplicità con cui diventiamo conoscenti e poi amici.

La cena è la ciliegina sulla torta: abbondante, gustosa, grassa e locale. Non manca nulla. Di nostro ci mettiamo tanta allegria e le ultime energie conservate gelosamente e spese con gioia. La decisione intanto, al tavolo delle guide, sembra presa: si farà la ferrata. Le rassicurazioni del rifugista e le notizie raccolte bastano a convincere che la via è aperta, già battuta, magari un po’ innevata ma per questo motivo ancora più ambita. Ci ritiriamo per caricare le batterie e il primo giorno, l’Avvicinamento al cospetto del Sassolungo, si chiude fra rumori molesti e sogni di roccia…

Ferrata: Sassopiatto

Perché la roccia sarà protagonista di questa giornata. La roccia e la neve, il ghiaccio e le ombre fredde della via sulla parete nord-est del Sassopiatto. Il risveglio rincorre l’alba per via degli animi impazienti al cospetto della montagna. Rassettiamo le nostre cose e facciamo scorta di calorie; fuori l’aria è fresca e pulita, mentre lo sguardo si perde a cercare il sinuoso sentiero che porta all’attacco della ferrata.

Presto un serpentone di trenta persone di muove ordinato e composto; regna un silenzio celebrativo, quasi ossequioso. Sappiamo che solo oltre la prima catena potremo considerarci davvero a contato con la roccia, mani e piedi, corpo e spirito. Ma l’ultimo ripido traverso in mezzo alla neve gelata, quando già si intuisce la traccia pressoché verticale sopra di noi, fa temere per la prosecuzione della camminata.

Per guide ed accompagnatori questi sono i momenti più importanti, davvero critici. Proseguire significa caricarsi della responsabilità di ogni persona e del gruppo intero; rinunciare porta inevitabilmente sconforto e delusione. Cosa scegliere, quando una ferrata si preannuncia più difficile del previsto, quasi una via alpinistica con magari qualche passaggio non previsto al di sopra delle capacità del gruppo?

La colonna si ferma per attrezzarsi, poi abili piedi davanti a tutti iniziano a segnare gradini nella neve, seguono la roccia abbracciandola e superandola, studiano la via migliore per ascendere la cima. La scelta è presa, nessuno si ritira: solo i posteri a questo punto potranno giudicare la bontà o l’avventatezza delle nostre azioni.

Avventura e suspense non mancano di certo. Siamo una lunga fila, lenta e complicata da certe inesperienze. Il sole splende ancora ma non certo sui nostri corpi infreddoliti, battuti spesso da un vento pungente, mentre dense nuvole si affacciano dietro le cime. Un compagno scivola giù per un canalino ghiacciato: è il momento più difficile. Per fortuna e per abilità non si fa male e ritorna in colonna: l’adrenalina lo carica come mai prima, ma la paura si prenderà la sua rivincita presto o tardi.

Sono passaggi d’alpinismo e traversi sul ghiaccio, poca ferrata assicurata con catene e funi. Si arrampica oggi, si fa esperienza sulla nuda roccia. Buttiamo qualche tiro di corda per tranquillizzare gli animi, eppure si sentono commenti poco allegri. Ma a poco a poco, ora dopo ora e metro dopo metro, il Sassopiatto si fa stretto e piccolo sopra le nostre teste: la cima non è più così lontana. Dai che è quasi fatta!

Io salgo tutta la ferrata nelle ultime posizioni, cercando di concentrarmi tanto fuori quanto dentro. Impegno e rispetto, verso tutti e verso ogni cosa. Sei cosciente di avere tra le mani la tua stessa vita e riscopri quanto sia preziosa, in ogni respiro e ogni sguardo. Quando ormai intravedi la croce sulla colma sommitale ti rendi conto delle meravigliose viste che hai avuto lungo la via, e trovi la pace assoluta per fare tue le emozioni uniche dell’esperienza appena conclusa.

Ora partono i sorrisi e le risate, i ringraziamenti e gli abbracci: è gioia che esplode, felicità senza più i freni della mente! Momento buono anche per foto e spuntino, assolutamente meritato (visto che sulle spalle ho portato anche un carico di frutta fresca, pane e altre buone cose!). Poi le guide conducono la veloce discesa verso il resto del gruppo CAI, per pranzare e riposare a dovere.

La sosta non poteva essere migliore: il rifugio Sassopiatto. Sono innamorato del luogo, dell’accoglienza e delle pietanze che si assaporano in un’atmosfera di convivialità che ha pochi rivali, almeno nella mia esperienza. Succo di sambuco, torta di grano saraceno e strudel coronano la mia domenica mattina: potrei sdraiarmi e non fare altro per il resto della giornata, appagato e felice. Ma ovviamente dobbiamo tornare al Passo Sella, al pullman, a Milano.

Già, Milano. Quella città che mi ha adottato, e da cui mi voglio emancipare. Il suo pensiero mi occupa la mente lungo l’ultimo sentiero e poi nel viaggio autostradale. Rifletto su ciò che cerco. Voglio intraprendere nuove esperienze: non solo nel weekend come fuga da una quotidianità troppo povera per soddisfare l’animo umano. La scelta è presa anche per me, come la guida qualche ora prima. Lui ha vinto la sfida, portando tutto il gruppo a casa felice, sano e salvo. Mi chiedo se vincerò la mia sfida…

Ma in fondo la parte migliore di ogni impresa è durante il confronto: se sapessimo da sempre il risultato finale, non ci giocheremmo davvero. Non ne varrebbe la pena. Invece una scelta è una scommessa da vivere fino in fondo, con la fiducia che nulla avviene per caso e ogni strada può portare a splendide cime, se si ha la tenacia di insistere e non gettare la spugna.

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München hin&zurück

22 Apr

A Monaco di Baviera sono stato tante volte, in stagioni diverse e compagnia varia. Non mi era ancora capitato però di camminare, solo e carico di bagagli, in quella particolare ora del sabato quando i turisti della giornata sono ormai fuggiti e gli avventori serali fremono ancora a casa con le gole secche. Le vie sono luccicanti e quasi deserte, si crea un’atmosfera magica che lascia senza parole. Scorrono immagini leggere, improvvisi flash di vita, l’eco della città che gorgoglia come la spuma delle sue birre chiare e torbide.

Uscivo arzillo e sereno da una cena frugale in un locale fuori dal centro: Monaco offre tanti birrifici, spesso di qualità medio bassa e simili fra loro, nonostante le marche diverse di birra. E queste tendono ormai ad assomigliarsi, anche se la cosa non scoraggia migliaia di persone dal puntare i gomiti sui banconi e ordinare boccali da un litro ad ogni occasione.

Seguendo anch’io la tradizione, mi ero appollaiato su un alto sgabello all’entrata della Paulaner Bräuhaus: legno scuro e alambicchi a vista, dietro la solida presenza dell’oste tutto intento a spillare senza sosta. L’atmosfera giusta per gustare un’insalata di crauti e patate con coppia di weisswurst, perfetti in abbinamento con due birre artigianali della casa, una rarità ormai a München: la Thomasbräu Weizenbier, a cui hanno cambiato il nome ma non la stoffa delle migliori birre di frumento ad alta fermentazione, ed una Spezial Dunkel Bier, scura e torbida, che producono per Pasqua.

Ero arrivato a Monaco con l’idea di riscoprire la città in modo un po’ alternativo, scegliendo tre percorsi cui dedicarmi: pane, birra e sport. In questi tre ambiti la città e la Baviera tutta esprimono qualità e varietà, che alimentano la mia voglia di esplorare. Ma il viaggio era iniziato il giorno precedente con la mia prima esperienza al VinItaly, fiera per eccellenza del vino italiano. Dura sveglia mattutina che la giornata ha poi ampiamente ripagato, non solo per la fortuna di entrare senza dover aprire il borsellino e passare la giornata inebriandosi di buon vino: le quantità versate, prima ancora che la propria coscienza, rendono il gioco quasi inutile e sicuramente molto lungo.

La vera opportunità, e ciò che fa differenza, è poter entrare bene accompagnati: con un distributore, un albergatore o qualche sommelier da ascoltare e seguire mentre fa breccia nei cuori dei produttori. Quando non ci sono resistenze, viene fuori la cordialità e la generosità: il buon vino, i racconti personali, la passione di chi cresce i grappoli come figli, si percepiscono all’istante e rendono l’esperienza davvero unica. Poco importa se i grandi nomi blasonati ci snobbano come fanno con la maggioranza: credono di non aver bisogno di noi, anche se la crisi forse li riporterà con i piedi per terra. E le mani in vigna, mi auguro.

Non caschiamo nel tranello del marketing e portiamo avanti una degustazione di realtà piccole, aziende a dimensione umana, prodotti onesti, tradizionali ma anche di ricerca. Si potrebbe descriverli come vini schietti, decisi, che puntano al cuore e in alcune occasioni lo conquistano. Appagati, verso la fine della giornata, ci abbandoniamo al Vino Santo e la mente non può che stare al gioco.

Saluto i due amici sommelier alla stazione di Verona e mi preparo al viaggio in solitaria, anche se per la sera ho in programma la mia prima esperienza da ospite nel network di CouchSurfing. Non è un modo gratuito per soggiornare, ma una comunità internazionale per viaggiare conoscendo le persone del posto e aprendosi alle curiosità locali: aiutando e lasciandosi aiutare. Avevo già ospitato a Milano, ma era la prima volta che mi facevo ospitare, e non mi sarei mai aspettato di chiacchierare così intimamente con una persona estranea.

Ma è questa una splendida sorpresa del vivere le avventure in modo un poco alternativo. Persona molto generosa e gentile, Giuseppe del Lago di Garda. Mi ha offerto un letto e un’ottima cena; non ha neppure lamentano alcun fastidio per la sveglia alle sei di sabato mattina, quando sono ripartito verso München. Pensandoci ora, chiamare un’altra persona “estraneo” è una forzatura innaturale. Se è vero, come credo, che siamo animali sociali e che la vera felicità è quella condivisa, nell’incontro tra persone non c’è mai estraneità se si vive apertamente, se si va “incontro all’altro”.

Lunghe e solitarie invece le ore in macchina, pensieri e musica per compagni e scenografie alpine di lunghe valli grigie e verdognole. La primavera tenta di conquistare la quota dei passi, ma la neve è tenace, il freddo ancora pungente. Al Passo del Brennero valico la catena delle montagne e mi porto fuori dal mio territorio, anche se solo da un punto di vista politico: personalmente mi sento più a casa tra declivi e cime che tra le vie di Milano. Questo viaggio in solitaria rappresenta anche una piccola sfida, come il bimbo che si solleva in piedi per l’ennesimo tentativo di camminare e spera sia la volta buona.

München non arriva improvvisa, la vecchia 206 non permette volate autostradali. Resto stupito dall’ambiente da steppa russa della pallida mattina Bavarese: erba gialla schiacciata, coronata da una nebbiolina grigia umida. Non vedo l’ora di poggiare le scarpe a terra e muovermi per le vie della città, quindi mi basta un salto in ostello per ripartire lesto zaino in spalla. Sento tutta Monaco di Baviera davanti a me senza limiti, e io conservo un’abbondante riserva di energia da scaricare.

La prima tappa della camminata, questa volta interamente cittadina, è uno splendido negozio di prodotti biologici e naturali. Aumento notevolmente il peso dello zaino e capisco subito che sarà inadeguato per tutti i campioni di prodotti che cerco. Esco e mentre cammino degusto un brötchen integrale ai semi con una generosa porzione di leberkäse, poi un brezel stupefacente (preso in un piccolo stand della stazione centrale) e infine un pane dolce pasquale.

Sfamato, non mi resta che esplorare Monaco secondo i tre filoni del mio cammino. Il pane è indubbiamente una delle produzioni artigianali più riuscite del popolo tedesco. Le qualità migliori sono a lievitazione naturale (ancora diffusa), cotti in forme grandi e ottenuti da una miscela di farine di segale e di frumento. Hanno gusto deciso e impasto compatto ma morbido, un sapore acidulo caratteristico; soprattutto, creano una problematica dipendenza in chiunque li assapori.

Purtroppo in Italia sono rimasti in pochi a realizzare pani paragonabili a quelli tedeschi, cosa che ha dell’incredibile: in tutto il mondo invidiano le tipologie di pane e pagnotte della tradizione italiana. Ma fate un giro per Milano e solo qualche panettiere, Princi davanti a tutti, è in grado di competere per qualità (ma non per prezzo!) con tedeschi e austriaci, o francesi. Ennesima conferma che stiamo sciupando quanto di meglio abbiamo saputo fare per secoli, nell’indifferenza generale.

Il mio tour di panificazione era iniziato prima ancora dell’ostello, da un panettiere di quartiere: la Bäckerei Seidl. Bel modo per assaporare fin da subito lo spirito locale, genuino ed estraneo ai traffici del centro, alle migliaia di turisti che finiscono per influenzare anche la qualità e la ricchezza di quello che mettiamo sotto i denti. Trovo un pane essenziale, abbastanza asciutto e leggero per la sua tipologia, nel classico taglio allungato. Sorrido alla cassiera, stupita di scoprire uno straniero dal tedesco assolutamente inadeguato che si porta a casa quasi un chilo di pane, appena in tempo prima della chiusura alle 12 del sabato, a 6 ore dall’apertura.

Il paragone con il secondo panificatore, Hofpfisterei, è irrinunciabile: si tratta di una realtà importante e molto diffusa in tutta la bassa Germania, che produce comunque un pane eccezionale. Pasta molto fine lievitata ad arte, dove segale e frumento si sposano alla perfezione e l’uso di prodotti unicamente biologici esalta i sapori. Diverso da Seidl: più pesante e denso, anche più speziato. Purtroppo trovo chiuso il terzo panettiere, Fritz Mühlenbäckerei. dove volevo sperimentare l’arte del pane in cassetta in versione tedesca, quello che noi chiamiamo pancarré o volgarmente pane da toast. Mi delude invece un locale centralissimo con i suoi duri e freddi brezel, ma ne ho scacciato subito il sapore.

Il sole già basso verso ovest mi ricorda improvvisamente dello scorrere del tempo. Soddisfatto per il momento lo spirito culinario, mi butto alla ricerca di articoli sportivi nei due grandi negozi che offre la città, irrinunciabili per un camminatore. E’ bello lasciarsi cogliere alla sprovvista nel lungo curiosare e uscire alla fine con la lista della spesa rivoluzionata. Seguendo le occasioni e le sorprese del caso, spesso si acquista ciò che rende più felici, oggetti che entrano immediatamente a far parte della vita quotidiana.

Decido, senza avere piani precisi, di tentare la via dei negozi gourmet per scovare del companatico all’altezza del mio pane, il cui profumo mi aveva intanto inebriato senza lasciarmi scampo. Purtroppo, non tutto ciò che luccica è oro: i negozi mi deludono e penso che in fondo, per un Peck di città, posso sempre restare a Milano. München offre ancora qualche ottimo birrificio artigianale, se si è disposti a cercare un poco.

Esco allora dal centro e attraverso un cimitero monumentale di epoca napoleonica, oggi praticamente un parco. Luogo lugubre e un po’ tenebroso, incredibilmente affascinante. Arrivo infine alla Paulaner Bräuhaus, dove sotto il controllo del noto produttore industriale continua a operare la vecchia proprietà. E’ una gioia trovare anche in questo percorso i prodotti più genuini, che dissetano e soddisfano il palato: il mio era proprio assetato, tanto che il primo boccale svanisce veloce ed il secondo completa a meraviglia la cena.

Dopo più di un’ora chiudo la porta della stanza d’ostello, lasciandomi alle spalle la lunga camminata, carico di borse e pensieri ma leggero di cuore e di spirito. Provo i quarti di pane raccolti sul sentiero, studio gli acquisti e organizzo per il viaggio di ritorno. Quando m’infilo a letto, nella stanza vuota dei baldi giovani ancora agli inizi delle loro brave serate, sono appena le 11. Gli occhi si chiudono e mi rilasso, ansioso per la giornata che mi aspetta e sicuro di passare una notte abbastanza insonne.

Dormo infatti poco e ben prima delle sette lascio l’ostello, carico di aspettative. Mi butto alla ricerca di un secondo panettiere di quartiere, aperto la domenica mattina per le tradizionali colazioni in panetteria. Che bell’usanza! Da Bäckerei Hoffmann gusto un croissant spettacolare, prossimo ai migliori francesi che abbia mai provato. Spalmo con avidità burro e marmellata sui brötchen, e compro un pane a metà prezzo perché del giorno prima: sembra fresco di giornata, solo un po’ più acido e saporito, con una crosta di carattere che si mastica volentieri.

Riparto dopo aver salutato due monachesi incuriositi dalla mia presenza. Questo viaggio che ha per punta di diamante München, mi appare ora un cammino andata e ritorno, hin und zurück, in una realtà diversa esplorata per sentieri poco battuti, all’avventura. Come in montagna, nella natura inaspettata, scegliamo dove passare, quali cime raggiungere e quali viste conquistare… per lasciarci sorprendere dal caso lungo il cammino e stupirci, sempre, ancora, come non siamo più capaci di fare!

Monto sulla 206 sicuro e divertito al pensiero che come cavaliere del terzo millennio cavalco un destriero azzurro metallizzato: un’auto francese piccola e un po’ scassata, a cui sono legato per le avventure passate insieme. Curiosamente, è stata proprio lei a portarmi a Monaco la prima volta: ora sta salutando dopo il ritorno, un arrivederci fino al prossimo incontro.

La campagna bavarese di collinette e campi incolti riempie i finestrini a lungo. Non sembra più la tundra russa, ma un quadro di Monet se invece di affacciarsi sulla Senna si fosse seduto su una panchina dell’Ammersee. Raggiungo Andechs ma è troppo presto, appena le nove. Esploro l’abbazia e chiedo gentilmente se posso bere una birra, ma per unica risposta ottengo un bel sorriso. Mi consolo comprando un pacco di birre e consumando una lauta seconda colazione in compagnia del mio destriero.

Quella della Klosterbrauerei Andechs è un’altra birra speciale ad alta qualità: le dunkel tedesche, spesso spezial bier di fatto, si esprimono al meglio in questa produzione ancora artigianale che somma nella Andechser Doppelbock. Ma ho in serbo ancora un ultimo indirizzo da sperimentare: il Kloster Ettal con la sua Curator Doppelbock, altra dunkel speziata e torbida. Quando raggiungo il monastero trovo una valle raccolta per le celebrazioni della Domenica delle Palme, una vera festa di benvenuto alla primavera. Mentre un timido sole tra le nuvole basse cerca di scaldarmi, compro un altro pacco di birra, in attesa della degustazione serale comodamente seduto a casa.

Mi butto sulle Alpi, le mie amate montagne. Numerose ore di viaggio mi attendono, su strade principali ma non veloci, con aperte visioni di località turistiche ormai fuori stagione. Ancora una tappa, appena valicato il confine austriaco, a Kematen per ritrovare un panettiere del mio passato, Der Bäcker Ruetz. Al primo impatto sembra una mensa self-service dove un’orda di paesani e cittadini di Innsbruck animano chiassosamente il pranzo della domenica. Il pane però è ottimo: ben cotto verso il croccante, con paste acide sapide e molto lievitate, ricche nella segale. Prendo al volo anche un nussschnecke, per noi italiani una girella di pasta brioche piena di noci, e un bel caffè lungo qualche chilometro di allegro viaggio.

Mescolo le carte con la compagnia di Ligabue e canti a squarcia gola: potrebbero arrestarmi per disturbo in movimento della quiete pubblica, ma non fermo l’auto fino alla “mia” piazzola sul Silser See al passo del Maloja. Nella natura da urlo dell’estrema Engadina, consumo il pranzo senza regole né orari, baciato dal sole che si riflette nel lago ancora ghiacciato. Il finale lungo la Strada Regina del Lago di Como è una piccola passione del viaggiatore. Sono però felice e soddisfatto: anche se mi riesce difficile spiegarlo al momento dell’arrivo, godo la ricchezza delle esperienze vissute.

Il cuore è pieno di emozioni e la mente conserva gli attimi più intensi di un viaggio estenuante e vario. Una camminata di incontri, ritrovi, andate e ritorni; poco spazio e voglia per le foto, questa volta. In solitaria è particolare, ci si scopre immersi in tanti dialoghi interiori, e allo stesso tempo si colgono tutte le occasioni di relazione con gli altri. Riesce spesso difficile ricordarsi della macchina fotografica. Preferisco cogliere l’attimo nel momento in cui si verifica, piuttosto che incastrarlo in un’istantanea. Lasciare che evolva dentro, che si trasformi. L’immagine è buona per ravvivare l’emozione, ma questa può emergere solo se la custodiamo già nel cuore.

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