Archivio | marzo, 2009

Scampagnata a Mantova – 22 Marzo

28 Mar

La giornata non può che essere particolare, ricca di ricorrenze. Tanto per iniziare è la prima uscita Lonely Walker del 2009. Ho camminato parecchio in questi mesi e fotografato le bianche espressioni dell’inverno, ma per tanti motivi ho rimandato una vera e propria uscita LW fino all’occasione giusta: Mantova, appunto.

La primavera è appena iniziata, con un bel colpo di freddo ma tanto sole e profumi invitanti di concreto outdoor. Mantova è una città che esercita su di me un particolare fascino già da molti anni. Non è la prima volta che la visito, non la prima volta che batto il ciottolato con le scarpe e poggio i gomiti alla tavola della sua accoglienza enogastronomica. Quindi è pure un ritorno, che porta a nuove conclusioni.

Ma andiamo con ordine. Siamo un allegro manipolo di dieci amici che, con mio stupore, hanno trovato tempo e voglia per questa scampagnata fuori porta. La gita potrebbe trasformarsi nella naturale continuazione di una piccola tradizione che vede impegnati, ormai da qualche tempo, i componenti del gruppo: cene autogestite in casa, dedicandosi alla cultura di una particolare regione.

Il viaggio d’andata è una meraviglia, arriviamo presto a Mantova e dimentico la notte insonne per la straripante cena della sera prima. Visitiamo Palazzo Tè prima di ogni altra cosa, con le sue affascinanti sale e i Giganti schiacciati dalla potenza degli Dei. Questa sala ha una prospettiva scenograficamente perfetta e incredibilmente cinematografica. Il mio occhio però inizia a notare qualche nota stonata nella composizione: il palazzo sembra triste, vuoto, freddo.

Proseguiamo al museo della città, più che altro simbolico, e alla casa del Mantegna, dove ci meravigliamo alla vista di un cerchio che contiene un quadrato. Ma non siamo tutti architetti e preferiamo inebriarci dei sapori rustici e solidi della tradizione mantovana. Spendiamo il pranzo piegati alla lunga tavola di legno massiccio dell’Osteria dell’Oca: nome banale, piatti di carattere. Antipasti deliziosi, ricchi come un secondo, poi tris di primi: risotto alla mantovana (no, non è salsiccia, ma pasta del salame), tagliolini del Baffo (il deus ex macchina ai fornelli) ed i mitici ravioli di zucca, dove l’amaretto corona il gusto dolciastro dell’ortaggio. Il tutto innaffiato per bene di genuino lambrusco e chiuso in coda da cremone e sbrisolona.

Abbiamo placato l’appetito evitando il turistico e cogliendo l’essenza della tradizione locale: è bello trovare ancora posti come questi. E il merito è tutto della nostra guida in pectore senza bandierina cinese: Fabio. Lui si sente a casa, condivide con Virgilio erudizione e lontane parentele locali, fa sentire tutti a proprio agio. Giriamo allora per la città in cerca di viste classiche, romaniche, rinascimentali, barocche (e moderne, ma solo dove proprio serve).

Il pomeriggio scorre lieto e allegro, neppure il vento fresco ci intimorisce; l’elenco delle opere d’arte e dei palazzi è troppo ampio perché lo possa elencare: Mantova va vista di persona. Il mio occhio però nota ancora qualcosa di stonato: sento che le pareti del castello, così scrostate e sporche, non si accordano con la bellezza di Piazza Sordello. Resto senza parole alla vista di interi palazzi vuoti, disabitati, inutilizzati… e quindi inutili. Alla fine, tutti rabbrividiamo alla vista del fossato del Castello, mentre Fabio ci rivela la verità: buona parte dei palazzi è chiusa, vuota, spoglia, sporca e quasi diroccata.

La perpetua e l’italiano temo si limiterebbero ad esclamare: che peccato! E andrebbero oltre scuotendo un po’ la testa. Ma è davvero possibile, ammissibile? Mi chiedo dove siamo arrivati, se sotto gli occhi di tutti svalutiamo la nostra cultura e quindi la nostra tradizione, mentre a parole la decantiamo e nei fatti la sfruttiamo nel turismo. Mi accorgo che Mantova è un cimitero popolato di spettri: ogni luogo muore se non viene vissuto! Le chiese vivono dei fedeli, e certo anche dei visitatori. Un museo vive delle opere che presenta, degli studiosi e dei viaggiatori come dei curiosi. Ma un palazzo che non è sfruttato, per qualsiasi motivo, è solo abbandonato.

Sento che noi italiani ci siamo fatti maestri di questa arte che chiamiamo conservazione. Siamo tutti felici di perpetuare nel tempo un pezzo di storia, immobilizzato e inutilizzato. Ma se può funzionare (forse) per un’anfora, come può funzionare per un palazzo? Questo è fatto per vivere, per essere popolato, usato, adibito ad una qualsiasi attività umana. Può essere la visita o la contemplazione, le manifestazioni o l’abitazione privata. Ma perché invece lasciarlo inerte e morente?

Mi immagino quanto potrebbe giovare alle nostre perle di provincia uscire dal letargo e tornare a camminare. Poco importa la scelta di affidarle a privati o enti pubblici, purché le istituzioni giochino il ruolo di arbitri e supervisori. Non posso credere non esista un imprenditore locale abbastanza illuminato da offrirsi di restaurare e gestire un palazzo d’epoca, restituendolo alla città e usandolo come abitazione, come villa estiva o come reggia. Perché permettiamo a Mr B di farsi una reggia in Sardegna, invece di far risorgere il castello di Mantova? Potrebbe viverci come un signore, come erede di fatto del Duca di un tempo. Ma ridarebbe lustro e onore ad una città che, sotto la polvere, sta facendo la fina di una sbrisolona.

Ritorno alla realtà del nostro giretto che volge al termine. Qualcuno mi prenderà per pazzo, ma non credo nel conservare senza toccare: meglio riusare con criterio e gusto del bello. Un vecchio uomo, che stupidamente etichettiamo come “crucco”, ci ha pensato anni fa, abitando e rivalutando un castello della Val Venosta. Se le istituzioni sono in difficoltà e non possono arrivare dappertutto, riprendiamoci gli spazi della nostra storia e facciamoli rivivere!

Salgo in macchina ricco di pensieri, affascinato perché ogni volta a Mantova c’è qualcosa di diverso e di nuovo che mi aspetta. Purtroppo avremo tutto il tempo di distruggerci l’animo per colpa di lunghe e stupide code in autostrada, rischiando di annegare le forti sensazioni della giornata nel malumore. Per questo scrivo: per non dimenticare e ricordare. Ricordare e maturare.

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Paris, nell’autunno 2008

18 Mar

Una città ha tante anime che si intrecciano: si presentano a volte tutte assieme, a volte una ad una… Parigi è certamente una delle grandi città del Mondo e una di quelle che sa mostrare un numero incredibile di volti: uno per ogni persona che ne percorra le sue vie, ne gusti i sapori e ne viva gli umori.

La nostra è stata una piccola gita fuori stagione, ma vecchio stile, per vedere quali volti avremmo avuto la fortuna di incontrare.

Sabato 29 Novembre

Come i tabelloni degli orari dei treni della stazione centrale di Milano non ce n’è. Questo luogo mi affascina fin da quando ero bambino, nonostante tutti i problemi e le negligenze delle Ferrovie italiane. Ho sempre amato viaggiare in treno e non basta un cattivo viaggio o l’ennesimo ritardo a far morire questa passione. La scelta di andare a Paris con il treno è stata soprattutto di carattere economico, ma anche per affetto. Dati i tempi, era il mezzo meno caro e più comodo per raggiungere la città in un weekend qualsiasi di fine Novembre.

L’esperienza in cuccetta, comunque, si è rivelata davvero dura. Quasi tutta notte a sopportare i rumori dei compagni di cabina, a curiosare fuori dalla finestra i luoghi sperduti in cui ci fermavamo, ascoltare musica per dimenticarsi dell’esterno. Mi torna alla mente l’ultima visita a Parigi, col liceo: stesso treno, stesse cabine, stessa insonnia…

Arriviamo a Parigi in una mattinata uggiosa. Potrebbe prenderci lo sconforto ma vince la voglia di viaggiare ed esplorare la città. Io ed Antonio, coinquilino a Milano, vorremmo inseguire i percorsi che il viaggio prenderà, lasciarci trasportare dal momento e da ciò che ci attirerà di più. Non basteranno certo tre giorni, ma dovrebbero essere sufficienti per caricarsi di emozioni ed esperienze.

Non abbiamo quindi grandi piani per i tre giorni. Incontriamo non senza difficoltà Lisa, una mia parente che generosamente ci ospiterà per i giorni a Parigi, grande vantaggio in una città così costosa e così dispersiva. Lo svantaggio è quello di alloggiare fuori dal centro, con gli ovvi sprechi di tempo per entrare ed uscire dalla città. L’accoglienza è comunque migliore che in un hotel: il tour in macchina del centro città, la stanza linda e preparata, la colazione a tavola, le istruzioni per gestirsi in modo completamente autonomo. Lisa resterà una delle grandi fortune di questo viaggio!

Siamo pronti allora per testare i mezzi pubblici parigini, tanto decantati, per raggiungere nuovamente il centro e spendere le prime ore tra Boulangerie, palazzi e stradine ingarbugliate. Scopriamo presto (a caro prezzo) che l’efficienza ha il suo fascino: la facilità con cui si collegano gli organi, soprattutto periferici, di un corpo così complesso come Parigi, è un ottimo biglietto da visita da offrire ad un turista. Oltre a migliorare la vita di tutti i parigini.

In città, fuori dal labirinto del metrò, c’è una combinazione climatica ostile che ci spinge ad apprezzare le Brasserie con i tavolini di legno, le bevande e le pietanze calde assaggiate davanti ad una qualsiasi Rue de Buci della città. Un freddo pungente, il sole quasi sempre oscurato da nuvole basse, una pioggia leggera e insistente.

Percorriamo i giardini del Louvre da Place de la Concorde, zigzaghiamo tra le piramidi del grande museo e ci lasciamo trasportare sulla Rive Gauche della Seine alla ricerca di qualche stradella più animata. Sappiamo che l’apparente tipicità delle vie del Quartier Latin e di Saint-Germain non ci permetteranno di trovare quel respiro della grande storia che invece in alcuni piccoli borghi, tra mura impolverate, è ancora possibile toccare e riscoprire. Ma oggi cerchiamo la Parigi del presente e questa città porta anche l’abito della sgualdrina, il volto dell’incantatore: irrinunciabili e interessanti entrambi.

Non manca allora il gelataio all’italiana (anzi forse proprio italiano), decisamente buono; gli splendidi negozi che vendono cianfrusaglie preziose o cioccolato caro come oro; i tanti piccoli ristoranti che mostrano orgogliosi le loro ostriche. E le Boulangerie, profumate e affollate, nelle quali mi fermo regolarmente per vedere se qualcosa m’ispira. Quella per il pane e le farine, i dolci lievitati e le frolle e le sfoglie, è una passione che viene da lontano.

Pane è vita e anche storia, cultura, tradizioni, economia, convivialità, essenzialità, viaggio. E’ un simbolo incredibilmente potente e unico. Non trovo un altro prodotto alimentare al quale l’intera storia del mondo occidentale sia altrettanto legato, salvo il vino. Il pane è forse la più azzeccata metafora della nostra civiltà, ma troppo spesso oggi non lo valorizziamo: in un certo senso, neghiamo noi stessi e le nostre radici.

A Parigi invece si mantiene un culto della pagnotta che mi rende felice e mi permette assaggi continui alle tante panetterie e pasticcerie. Mi piacerebbe riuscire a trovare la baguette e la croissant perfetta a Paris, quindi seguo le informazioni raccolte sul web ed entro sicuro da Kaiser, un piccolo paradiso del pane. Ogni desiderio di lievitazione sembra avverarsi e, prima di assaggiare anche un kebab e placare la fame, faccio rifornimento di pani diversi nella sede originaria del noto Boulanger.

Torniamo sui sentieri della cultura nel versante più artistico della parola e riprendiamo a passeggiare tra chiese e palazzi, scoprendo la Sorbonne e l’Ile de la Cité. Vogliamo vedere almeno qualcuno dei tanti gioielli della città ed entriamo alla Sainte-Chapelle prima e a Notre Dame poi. Raggiungiamo la cappella senza più luce diretta e perdiamo così i meravigliosi giochi di colori che il sole crea a certe ore del giorno. Ma lo spazio mistico delle pareti slanciate e dorate esercita un fascino incredibile senza bisogno di luce o parole.

Anche Notre Dame mostra la sua splendida mole nel tramonto che avanza. Al suo interno cantano lodi e proiettano immagini sacre, mentre le genti si muovono delicate sul marmo liscio: una forma di rispetto dovuta ma davvero benvenuta. Le proiezioni avvengono su una rete scura dalle larghe maglie, con il risultato che è possibile scorgere la navata e la celebrazione mentre scorrono le immagini e suonano gli strumenti. Il tutto genera un effetto trascinante, ipnotico, che resta impresso nella mente e nel cuore.

Usciamo all’aria fredda, senza più la luce del giorno. Abbiamo giusto il tempo per un caffè ed una tisana in una Brasserie tipica (o almeno un poco caratteristica). Per l’occasione possiamo anche gustarci un po’ di Camembert con il pane raccolto lungo la via: sembriamo un po’ due viandanti dei secoli passati, con la bisaccia gonfia, alla ricerca di un riparo dove riposare le membra. In questa Saint-Germain dove aspettiamo alcune amiche per la serata, mi sento più medioevale e meno milanese: la cosa non spiace affatto!

Incontriamo nel quartiere alcune compagne d’università, ora figlie adottive di Parigi e amanti devote della sua vita, lavorativa e non. E’ uno splendido ritrovo, tra crepes, sidro francese e tante chiacchiere che fanno dimenticare i locali dove si sta seduti e le magagne della vita ordinaria. E’ la vittoria della convivialità sul proprio sterile individualismo: la condivisione tra persone diverse, troppo spesso distanti, felicemente riunite.

Resta il tempo per qualche foto, nonostante una certa timidezza, e poi il lungo viaggio con i mezzi, ancora una volta perfetti e comodi, per rientrare a casa. Una giornata lunghissima e stancante, unica e indimenticabile.

Domenica 30 Novembre

Il risveglio domenicale è molto tranquillo: nessuno ci rincorre, possiamo prendere tutto il tempo che vogliamo. Ma sappiamo anche che Parigi è la fuori che ci aspetta. Qualche museo, la città dall’alto, nuovi prodotti da gustare… iniziamo allora dalla colazione, che Lisa ci fa trovare già preparata e fumante.

A regnare sono le croissant, davvero squisite, prese semplicemente sotto casa. Mi rendo conto di una grande verità, che ogni francese probabilmente sa fin dalla nascita: la migliore croissant è quella che assaggi tra le Boulangerie della tua zona o tra quelle che ti capita di provare. Non esiste la migliore croissant in assoluto, anche perché dipende dai gusti di ognuno. Ma soprattutto vale la pena gustarsi fino in fondo il proprio cornetto, come fosse il migliore in assoluto, valorizzandolo perché sia indimenticabile.

Certo questo discorso vale a Parigi, dove tanti panettieri lavorano così bene che è difficile distinguere tra i migliori. In Italia a mio avviso non sono in molti a panificare a questi livelli. Mi piacerebbe però applicare questo modo di vedere le cose anche in altri campi: la migliore baguette è la più buona per me tra quelle che ho la fortuna di provare. Significa essere aperti alle nuove esperienze, disponibili a mettersi in discussione, aver voglia di imparare. E soprattutto riservare il massimo valore alle esperienze che si vivono.

Sospeso tra questi pensieri mi rimetto in cammino per il secondo giorno del nostro piccolo Grand Tour parigino. Non m’interessa più provare le Boulangerie che riviste famose indicano come le migliori: sono curioso di cosa ci riserverà il cammino, quali vetrine incontreremo e quali esperienze faremo. Lisa ci accompagna per un pezzo di strada, un po’ per mostrarci un immenso parco pubblico (dove mi farei subito una corsa!), un po’ per darci indicazioni su come muoversi nelle due giornate rimanenti.

Parigi per noi riparte dall’Arc de Triomphe, in linea perfetta con la Défense ed il Louvre. Sotto l’arco si ha veramente la sensazione di stare al centro di tutto: le macchine corrono attorno su più corsie in modo anarchico, le strade si diramano in ogni direzione e soprattutto non si capisce come fare per uscire da quell’ombelico… Alla fine imbocchiamo i tanto blasonati Champs-Elysées ed evitiamo sapientemente tutti i negozi griffati, preferendo invece un pain au chocolat e un tartina dolce per rinforzare il passeggio e combattere l’umore uggioso del tempo.

Viriamo quindi verso la Seine, oltrepassiamo lo scuro fiume e aggiriamo Les Invalides per raggiungere il Musée Rodin. Nessuno probabilmente includerebbe questo museo tra le prime cose da visitare a Parigi: un buon motivo per fare diversamente. Inoltre la scultura di Rodin ha un fascino particolare e racconta molto del tempo che viviamo noi oggi: spigoloso come fosse grezzo, drammatico e ricco di passioni, intensamente riflessivo. E’ il tempo che vivo io ora e non è tanto Le Penseur a rimanermi impresso, quanto le braccia aperte e tese delle sculture del giardino, grondanti gocce di pioggia che sembrano anch’esse un’opera d’arte. E non lo sono forse?

Quella stessa pioggia riprende a battere più forte appena usciamo dal museo e accompagna il nostro peregrinare senza meta in mezza città; decidiamo infine di approdare ad una Brasserie per un piatto caldo ed un conto amaro. Ci gustiamo almeno il calduccio e ci facciamo quattro risate per l’assurdità dei bagni pubblici nei locali parigini: varrebbe la pena girarci un film, una Nouvelle Vague di acque sporche e spazi inesistenti, un trionfo di odori, una palma d’oro nero come le mattonelle di quel bagno.

E come in ogni buona sceneggiatura, proprio quando i nostri eroi sembrano caduti nel punto più basso della storia, arriva un nuovo evento a sconvolgere i percorsi. Il nostro avvenimento si chiama Silvia, che ci dedica due ore accompagnandoci per le vie modaiole del Marais, strette e lunghe, dove una boutique si appoggia all’altra in una continua galleria di oggetti curiosi, sexy, incantevoli o dal dubbio gusto. E’ un cammino affascinante e non avrei mai saputo intraprenderlo da solo: porta a scoprire nuove piazze e nuovi volti dell’inesauribile Paris.

Lasciamo Silvia alle sue faccende per ritrovarla all’ora di cena, mentre io ed Antonio proseguiamo con la visita al colle di Montmartre, tappa obbligatoria e decisamente suggestiva. Raggiungiamo la Basilique du Sacré-Coeur‎ non per la scalinata centrale, già chiusa a quell’ora: una piccola delusione ripagata ampiamente dallo spettacolo di Parigi vista dall’alto. Vedo una città dai toni caldi, forti, come se fosse in fiamme. Le luci offuscate dai fumi e del calore di finestre, porte e tombini, rendono la visione quasi apocalittica.

Ma l’interno della bella cattedrale e le viuzze del colle, senza alcuna ressa, offrono la giusta cornice alla visione di prima. Montmartre è certamente uno dei luoghi più turistici della città ma conserva il suo fascino in alcuni angoli, lungo le pareti fredde con i mattoni a vista, al suono di alte campane. Scendiamo poi a Pigalle per sbirciare il quartiere a luci rosse, ancora oggi ben attivo, ma in realtà ci interessa di più un indimenticabile pane dolce croccante che, rispettando la verità imparata poche ore prima, è il migliore che abbia mai provato.

Ci aspettano Claudia e Silvia per la cena, questa volta rigorosamente francese e necessariamente in un locale del centro, turistico e rumoroso. Ma è comunque un piacere e la tartare si sposa a meraviglia con l’atmosfera allegra. Per concludere ci lanciamo alla ricerca di un dolce che sia dolce, cioè una crepes… ma non è la serata giusta e ne resteremo un po’ delusi. Combattiamo ancora un po’ con la pioggia e ci salutiamo un po’ tristi perché è già l’ultima sera di questo piccolo viaggio.

Lunedì 1 Dicembre

E’ il primo giorno dell’ultimo mese dell’anno e Parigi, inflessibile, mantiene lo stesso clima dei due giorni precedenti. Ci alziamo più presto questa volta, il programma è ricco e un po’ complesso: vogliamo visitare ancora la città ma senza l’ingombro dei bagagli. Salutiamo Lisa e la ringraziamo per la sua enorme generosità. Raccogliamo l’ottimo companatico che ha preparato per noi, impacchettiamo le nostre cose e ci lanciamo alla ricerca di un locker.

Sembra una banalità ma non lo è affatto. La vicenda è così complicata da risultare noiosa e inutile. Senza alcun successo a Bercy, da dove partirà il nostro treno per Milano, optiamo per la Gare de Lyon, ma prima visitiamo il Musée du Cinéma della Cinémathèque Française‎. E’ questo un luogo mitico per qualsiasi amante del cinema: le lotte e le riprese che l’hanno visto protagonista, lo rendono uno spazio della settima arte secondo solo ad Hollywood. Ma non è un centro a misura di turista moderno perché propone retrospettive su registi e autori del lontano passato, rarità in versione originale, approfondimenti e dibattiti sui temi più disparati e anche assurdi.

Il cinema non vive di collezioni mummificate e poster d’annata: è materia viva ed un centro di cinematografia dovrebbe essere un luogo dove andare e ritornare, dove attingere e scambiare. In questo ambito, i percorsi prestabiliti e gli oggetti come soprammobili sono solo spot pubblicitari da guardare passivamente.

Oppure siamo noi turisti ad essere inadeguati nei confronti dei musei, dell’arte e della cultura in generale. Chi si prende il necessario tempo per vivere un luogo, l’unico vero modo per conoscerlo? Senza dubbio il tempo libero è poco, ma una vacanza in spiaggia o sugli sci in meno ci permetterebbe di preferire il film in cineteca, il catalogo descrittivo di un museo o la storia culturale di una città. Sono scelte e, come sempre, tocca a noi scegliere.

Lasciamo i bagagli alla stazione e ci incamminiamo per la nostra camminata conclusiva a Paris. Una Grande Randonnée per le vie del centro, qualche ora cercando passo dopo passo di immagazzinare quante più emozioni e sensazioni possibile, prima di doversene andare. Le pause includono piatti etnici (un mitico falafel), qualche acquisto semplice (non può mancare il pane!) e tanta curiosità per le stranezze nelle vetrine o lungo i vicoli della città.

Ricordo alcune istantanee, come la Place Vendome e la zona compresa fra la piazza e l’Opéra, ricca di gioielli e impegnativi regali per improbabili compagne esigenti. Oppure i bellissimi Jardin du Palais Royal ed un ristorantino sotto un porticato nei pressi: nome noto, prezzi innominabili. E ancora le immancabili bancarelle che vendono ogni genere di souvenir; o le viuzze etniche nel pieno centro della città.

Finiamo col riprendere i nostri bagagli ed aspettare il treno in stazione, mentre infreddoliti lavoratori proseguono faticosamente nelle opere di restauro. Consumiamo baguette e companatico con avidità, come fosse l’ultimo boccone che vale la pena di mettere sotto i denti. Forse invece, più semplicemente, non siamo entusiasti di dover tornare a bordo del treno e aspettare che la notte passi, senza sonno e con tanti pensieri.

Il viaggio di rientro si rivela invece migliore di quello d’andata. Incontriamo persone più accomodanti e la stanchezza fa il resto. Ripercorro questi tre giorni che si chiudono cercando di riordinare le sensazioni vissute. Ci vorranno alcuni giorni, forse di più, per scoprire tutti i retrogusti del viaggio. Come per i migliori vini, Paris è un’esperienza corposa e permane a lungo nel proprio cuore. Ma solo così può essere compresa fino in fondo e può arricchire.

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Preso in trappola tra biga e poolish

14 Mar

Inseguendo il profumo del mio pane… che anche stavolta sarà un mezzo disastro, ma tentativo dopo tentativo arriverò, ne sono serto, a qualcosa di decente!

Lo scorso weekend non è andata proprio come immaginavo: niente ciaspolata per la troppa neve fresca. Almeno siamo andati a Valcalepio a provare l’ottimo Moscato di Scanzo, che consiglio a tutti. Vino dolce ma non stucchevole, rosso intenso e persistente in bocca. Oggi e domani invece sono rimasto a Milano: riprendersi un po’ di salute, sistemare e pulire, riposare un po’. E naturalmente provare a fare il pane, capitolo 2: con sistema indiretto, un pane con biga e un altro con poolish. Vediamo chi vincerà tra Italia e Francia, la lotta continua su ogni campo!

Per il momento mi sembrano (entrambi i pani) due splendidi disastri. Ma tra poco sarà il momento del forno e vedremo se i pronostici avevano azzeccato. Ho una gran curiosità e mi metterei a fare quello tutto il giorno – se non avessi giusto tutti gli impegni della “vita normale” che ci costringono a seguire strade più o meno segnate.

Si avvicina però l’ultimo post che viene dal passato: Paris! Se tutto va bene lo pubblicherò domani. Poi ci sarà solo il “domani” sul blog. Per cominciare, una bella scappatella a Mantova con tutti gli annessi e connessi. Amo quella città, anche se non so dire bene perché. Forse per la cultura, la tradizione, il cibo. O semplicemente per il passeggiare nelle viuzze che conservano quel sentire magico delle capitali di provincia italiane.

Poi, potrebbe essere la volta buona del viaggio in Belgio, per birre e Anversa. Ma di questo parlerò prossimamente, per il momento non so ancora dire nulla di concreto…

L’orologio segna le 18 e questo significa, nella mia giornata milanese, 3 ore di lievitazione. Tempo di fare le forme, riposare e infornare. Buona fortuna!