Archive | febbraio, 2009

Il gusto della rinuncia

28 Feb

Oggi mi trovavo a 1600 m. sopra Menaggio, i piedi puntati con le ciaspole sui resti di una recente slavina, nella forte pendenza di un canalone laterale del Grona. Solo, neanche un’anima attorno, senza possibilità di chiedere soccorso in caso di scivolamento o altro. Non mi sentivo affatto sicuro!

Oggi doveva essere una camminata in solitaria per celebrare un particolare anniversario. Raggiungere il Bregagno, una bella cima minore che da tempo mi attira, e raccogliermi per un po’ davanti al panorama. Segnare il momento sul calendario interno. Sorridere al futuro.

Piegato sulle ginocchia in mezzo alla neve marcia, ho preferito invece rinunciare. Sono sceso al rifugio Menaggio, mi sono accampato per una mezzora e poi ho riguadagnato il lago. Ma questa rinuncia mi ha permesso di gustare ancora di più l’anniversario, sorprendendomi non poco!

Mi sono rilassato al sole, ho chiuso gli occhi e non mi sono per nulla scocciato della mancata salita. Può sembrare poco temerario, ma tengo molto alla pelle (viva) e soprattutto credo alla giusta misura in ogni cosa. Una ricerca non facile, ma remunerativa. Ho chiuso gli occhi serenamente, mi sono lasciato andare ai rumori di sottofondo… e in un baleno era come se fossi steso in un prato alpino in piena estate! Ho sentito perfino i profumi, percepito quel senso di pace per me inconfondibile quando m’immergo nella natura.

Le cose vanno come devono andare. Oggi ho rinunciato e ne sono felice. Imparare a rinunciare è importante: in fondo celebravo proprio una rinuncia. Il destino a volte gioca per noi e fa centro.

Ripenso ad una canzone, in questa bellissima giornata praticamente primaverile e decisamente ingannevole perché, come sanno i vecchi, l’inverno ha la barba lunga!

You can’t always get what you want.

But if you try sometimes, you might find…

You get what you need!

La rinuncia...

Dolomiti 2008

22 Feb

Rifugio Galassi – 18 Agosto

Il rumore scoppiettante del treno a due vagoni sulla linea Belluno–Calalzo. Non ricordavo fosse ancora a gasolio, un grosso bruco puzzolente e rumoroso che lento risale i binari vero le Dolomiti venete. Ma è perfetto per la partenza di questo cammino, che si fa antico, profondo, carico di significato fin dai primi istanti.

Su questa stessa linea scendevo in direzione opposta sei anni fa, anche allora solo, dopo aver percorso da nord a sud una bella porzione di montagne. La prima delle avventure, l’inizio di un tempo. Ricordo l’emozione dei primi passi senza nessuno attorno, la solitudine del terzo giorno, il freddo di quella maglietta di Hurgada, l’alba di luce dell’ultimo mattino.

La foto di quell’alba divenne la copertina di alcuni cd che regalai a Natale. Mi chiedo dove finiranno le foto di questo cammino, oggi come allora istantanee di quello che sono.

Ma quel passato è chiuso per far posto ad un tempo nuovo. Sono eccitato al pensiero delle Dolomiti che da un anno non ritrovo, del cammino e del deserto che mi attende, della meditazione che cerco, della rinascita che sento. Sono eccitato anche per tutto quello che verrà dopo, oltre questi pochi giorni: il futuro… che bella compagnia!

Come per un segno del destino, nelle oltre sette ore di treno, sto divorando Into the Wild, il libro di Krakauer. Ricco di spunti, carico di immagini e di emozioni. Una storia che mi parla al cuore: per alcuni versi mi sento un po’ come Chris. Ho la sua età, l’età di quando morì nella foresta, pare proprio il 18 di Agosto.

Colgo al volo qualche frase… Destino. A tutto si può rimediare, tranne la vera mancanza. La vera felicità è quella condivisa.

Penso che però siamo diversi, che io sono più responsabile e meno integralista di lui, che non mi caccerò nei pasticci. Poi sorrido di me stesso, mentre vagheggio avventure sullo sfondo in movimento delle Dolomiti bellunesi. Il cammino che sto per iniziare sarà di quattro giorni, in solitaria. Nessuno ha risposto all’appello, nessuno è venuto. Una sorta di Hike personale: forse me lo sono anche cercato.

Per arrivare a godere della brandina del rifugio Galassi, 2000 m. di altezza e ancora l’imponente Antelao che ti sovrasta, devo percorrere un’intera valle che da Calalzo di Cadore, con una lunga salita, risale il letto del fiume. Le ore prendono a scorrere sotto i miei scarponi; sbaglio sentiero, guado un torrente; entro nel letto asciutto del fiume e ci cammino sopra per qualche tempo.

Le cime dolomitiche fanno bella scena nella giornata assolata. Poco adatte per le foto, troppo controluce, ma perfette per banchettare a pranzo con cioccolato, cracker e frutta secca. Poi il protagonista è solo l’Antelao, la sua alta cima con i piccoli e indifesi ghiacciai, il rifugio che manifesta il suo passato di caserma militare. Sento che l’uomo può fare ancora poco al cospetto di questa natura: cerca di dominarla, ma non potrà mai eguagliarla in bellezza.

Un fascino che miete ancora tante vittime: solo negli ultimi giorni il numero di morti in montagna è incredibile. L’uomo non vuole imparare la lezione del rispetto, sprecando un’occasione di inestimabile valore!

Al rifugio siamo in pochi, appena una decina. Tanti si sveglieranno presto per salire alla cima dell’Antelao, fieri della loro impresa. Io invece proseguirò verso nord, cercando il mio wild. Rifugio vecchio stile il Galassi: tutto CAI e tutto Italia. Gestito curiosamente da romani molto simpatici. E naturalmente non trovo nessun coetaneo. Ormai non me ne stupisco più, lo so prima ancora di mettermi in strada: siamo soprattutto noi giovani, piccoli italiani in divenire, ad abbandonare la montagna. Troppa fatica, tanto spreco.

La sera si conclude con una tisana al finocchio e la conclusione del libro. Toccante, delicata, tragica. Resto profondamente colpito ed esco per sentire il profumo della notte, commosso. Penso ai genitori che visitano il luogo dove Chris è morto un anno prima: sento un amore prima rifiutato e allontanato, poi estinto per sempre. Non è possibile rimediare, il dolore sarà per sempre.

Ma finché si è ancora in tempo, bisogna cercare di rimediare. Cambiare: riprendere la strada. Ritrovare le persone. Condividere.

In questi giorni, mi occuperò di ritrovare me stesso e riprendere la strada. Sei anni fa con un po’ di follia già ci provavo: maglietta di Hurgada, bianca e larga e sudata, come emblema di uno che, almeno un po’, batte sentieri diversi. Oggi non ho quella maglietta, ma ancora di più mi sento di un altro mondo.

In questo mondo, dove voglio vivere e cercare di essere felice, ma con uno spirito diverso, pieno di fiducia in quello che crede vero.

Rifugio Città di Carpi – 19 Agosto

Accovacciato sull’erba davanti allo spettacolo del sole che cala, su una sella laterale a sud dei Cadini di Misurina… è qualcosa di difficilmente descrivibile a parole. Le emozioni che ho dentro di me, la pace che regna tutt’attorno e che ti penetra dai sensi. C’è un equilibrio magico nella natura, quasi incredibile. Ormai, quando abbiamo dimostrazione di tutta questa bellezza, se ci siamo dentro e la percepiamo davvero, non possiamo che stupirci, scioccati dalla semplice armonia a cui non siamo più abituati.

Che bello stupirsi ancora.

La giornata era iniziata con un umido risveglio. Pareti di rifugio gelide, aria che si sarebbe potuta strizzare. Fuori però s’intuiva la splendido cielo senza una nuvola, che invitava solo a mettersi in cammino. Una giornata fatta di viste splendide, dal Pelmo alla Marmolada e ai Cadini. Ma soprattutto il momento delle foreste, giù dalla Forcella Grande nel passaggio tra Sorapis e Antelao, fino a questo pratone dove mi sono regalato una pausa di contemplazione prima di entrare al Città di Carpi.

Poco sopra il Galassi, quasi alla partenza del cammino, ho assistito anche ad una grossa frana e spero che non ci siano persone coinvolte. Queste cime sono spettacolari, ma anche marce. E qui nella parte veneta del territorio prendono un aspetto in qualche modo decadente. Le Dolomiti dell’Alto Adige sono un miraggio, anche solo a pochi passi dallo spartiacque: dall’altra parte sono più vive, più valorizzate, anche più sfruttate.

Da questo lato ricordano il passato e i vizi di noi italiani: una sorta di far west che tanti visitano solo per il richiamo che ancora esercita, fermandosi ai soliti villaggi fantasma conservati come attrazioni turistiche. Ma non troveranno così la vera anima del west, e non scopriranno davvero le Dolomiti. Un tratto ormai non insolito nelle nostre regioni alpine, battute da centauri e famiglie affamate di pic-nic e foto ricordo, dimenticate dai residenti e dalle mappe di uno sviluppo possibile e sostenibile.

Ma questa provincia d’Italia che si richiude su sé stessa, conserva ancora viste come quella che ho davanti. E sa donare l’impressione di essere davvero into the wild, nella distesa della foresta di abeti e larici, senza interruzioni e senza segni evidenti della presenza dell’uomo, inghiottito dalla natura. L’umanità è percepibile, ma è intrecciata nella forza della purezza naturale.

Posso allora vivere sensazioni di selvaggio tanto difficili da trovare altrove. Il silenzio aiuta; i suoni, il vento sul volto; gli escursionisti che hanno scelto altri sentieri per le loro odierne camminate; il passaggio rispettoso nei boschi; la contemplazione quasi religiosa dalla sella di erba fresca verso l’opera artistica dell’ambiente in cui viviamo.

Mi sento parte di ogni cosa, mi sento sicuro sul sentiero, aperto alle sorprese del percorso, fiducioso nella meta da raggiungere, oltre la quale regna ancora l’ignoto. Quale cosa potrebbe solleticare di più la mia curiosità?

La magia però si può spezzare, in particolare se s’incrocia una strada statale ed i parcheggi per la sosta. Vedo l’egoismo dei ristoratori e la nostra incapacità di valorizzare la montagna. Per fortuna la purificazione viene subito dopo, con la salita dura e intensa verso il rifugio. Sudo fuori ogni cattivo pensiero e ritrovo l’energia delle cose semplici ed essenziali. Non mi curo del grasso che gonfia le polo di marca degli ennesimi italiani a passeggio e cerco senza sosta il panorama che infine, sulla sella, conquisto con un sorriso di felicità.

Bella serata. Rifugio giovane, genuino. Forse un nome infelice per un posto che merita. Ancora in pochi a dormire, ma i ragazzi che servono a tavola aiutano ad animare la sala con un po’ di baccano. Buona cena, già qualche influenza altoatesina; arriva finalmente la birra hefe, rigorosamente gustata all’aperto accucciato sull’erba. Poi il sonno, un buon riposo carico di sogni.

Ricco negli occhi e nel cuore di quegli attimi di puro godimento, il corpo a diretto contatto con la natura, quaderno alla mano e birra alla bocca. Scrivere, fare una pausa; riprendere a scrivere e poi fermarsi. Respirare e assaporare con i sensi. Una degustazione unica. Solo di persona è possibile comprendere la bellezza, il valore, di essere qua in alto in armonia e felicità.

Altre parole non servono.

Rifugio Piani di Cengia – 20 Agosto

L’avventura, la montagna, la tempesta. Oggi si è scatenato un forte temporale, la grandine mi ha benedetto per mezzora a 2400 m. cogliendomi su sentieri deserti. Un cammino, una strada per rigenerarsi.

Inizia la giornata con ottima colazione ma tempo variabile. Il freddo è pungente per la stagione; il sentiero però scende presto a valle e l’ambiente si riscalda. Mi trovo sotto un mantello di nuvole così vicine da poterle toccare. Non piove ma ogni cosa sembra pietrificata in attesa dell’acqua: uno spazio eterno, quieto, senza traccia dell’uomo sull’erba fresca di rugiada. Solo i rumori della foresta e la presenza incessante dei Cadini di Misurina mi accompagnano.

Infine un ciclista, poi un altro. Un cercatore di funghi, poco fortunato. Il silenzio però non si interrompe mai: sulla stretta via, per un tratto asfaltata, che riprende a salire, la natura è padrona. Il respiro della terra guadagna il palcoscenico ed è deserto. Il contatto tra le montagne e le nuvole basse è una linea di mondo che si confonde, un confine di bianco spento che lascia spazio per composizioni proprie. Meditazione e fatica sul sentiero che sale senza riposo. Sudore che si scioglie nelle prime gocce di pioggia. Tutto muove le corde dell’animo a comporre sul foglio bianco, a scrivere una piccola rinascita.

Niente fuochi d’artificio o proclamazioni, ma una bella pioggia forte e la grandine a battezzare. Suona una sinfonia nuova su note che cambiano piano e senza rumore. Importante è tornare ad ascoltarsi. A sentire. La discesa del freddo sul corpo dei righi d’acqua, il passo veloce e deciso verso la meta ancora lontana, un cammino come sospeso tra realtà e sensazioni. Ancora oltre è tutto da scoprire e aspetta solo noi!

Sono alla brandina tra mura di legno. Il bagno minuscolo in questo rifugio raccolto è infine una grande gioia. La torta di grano saraceno e le birre. Dolci ricordi, bello ripercorrerli. Letture dentro, pioggia incessante fuori. I pensieri ed il calore sul corpo. Ancora una cena, già l’ultima, abbondante e buona. Chiacchiere serali come un ponte tra Austria e Alto Adige.

Nel sacco a pelo osservo nel buio il soffitto a una spanna dal mio naso e mi lascio andare al sonno ed ai sogni. Un passato che si proietta nel futuro, diverso e curioso. Cerco già l’alba e sento la luce tenue che illumina il corpo e la mente…

Val Pusteria – 21 Agosto

So di scendere presto oggi, ma ancora voglio assaporare l’aria delle cime, per conservarne il sapore. Salgo sopra il rifugio, sulla cengia: cerco un’alba ritardata dalle nubi. Nuvole che giocano con le vette delle Dolomiti di Sesto e lentamente di disperdono in un balletto celeste di roccia acqua e luce. Seduto ora davanti all’orizzonte che si perde verso nord, due sassolini bianchi in mano destinati a due persone. Cuore caldo di un mattino nuovo.

Colazione tra le migliori nei rifugi d’alta montagna. Energia e adrenalina per questa giornata: un treno a 5 ore di distanza che, in qualche modo, già corre sui binari. Si scende al mondo oggi, si rientra in quella che amiamo chiamare civiltà. Quando arrivo alle Tre Cime le persone sono già molte. Al Rifugio Lavaredo si puliscono griglie per la carne come si farebbe in una qualsiasi festa di paese. In verità tutti ancora vagano assonnati e sforzano gli occhi per lo spettacolo delle tre punte che spiccano dalle nuvole, coronate dalla luce del sole che si alza. Non sembra neppure pietra quella delle Dolomiti: materia artistica, plasmata secondo un’armonia che trascende l’uomo.

Un ultimo passo, un ultimo sguardo: alle mie spalle solo discesa, discesa e ancora discesa. E italiani naturalmente, al rifugio Tre Scarperi: una comitiva enorme di famiglie scatenate. Tutti felici e ignari che su un sentiero poco lontano sono morte alcune persone poco prima: solo nell’aria resta una traccia del sangue versato continuamente in montagna. Una disarmonia nell’equilibrio della natura: chi siamo che averla invasa? Dovremmo entrare con le pantofole buone, con rispetto e sensibilità. I nostri occhi ed i nostri sensi intorpiditi si aprirebbero. Cambierebbe il nostro cuore, il primo passo per cambiare tutto.

Arriva l’ultima parte del cammino: la traversata di una foresta intricata e antica, che si apre infine sul Baranci dove invece regna il moderno e l’uomo: una spiaggia verde a 1500 m. sopra San Candido. A modo suo pure divertente, ma scappo veloce con la seggiovia verso la stazione del treno, dopo un ridicolo lavaggio improvvisato nel bagno degli impianti.

Il treno per fortuna non corre, viaggia pacifico e mi dona il tempo di curiosare e riflettere. Una strada diversa, fatta di ferro, ma non meno ricca. Il panino a Fortezza per pranzo. Il libro “Resurrezione” di Lev Tolstoj che parla ad alcuni angoli inesplorati del cuore. Le ultime viste sulle Dolomiti, il piacevole ricordo del rifugista di Tesimo e della bella altoatesina “Signor Stefano”. E il tramonto che si riflette nell’intero arco alpino mentre il treno scorre, ora veloce, lungo la pianura. Con un ultimo raggio rosso del sole ad incendiare i tralicci della luce.

Scorre anche la mia anima: la strada che inizio, con passo calmo e deciso, guarda lontano. La consapevolezza che bisogna sempre cercare la bellezza, anche nel dolore. Soprattutto la voglia di condivisione, per la quale non bisogna mai arrendersi. Non è questo il caso, e ne sono felice.

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Gran Paradiso – 8/9/10/11 Agosto 2008

4 Feb

Rifugio Sella – 8 Agosto

Un paio di cd rubati al volo per intrattenere lungo la strada. Non sono proprio quello che si direbbe un sottofondo adatto alla situazione, ma ci portano sani e salvi fino ad Aosta. Pausa, poi mio padre ci raccoglie e ci porta fino a Cogne. Pausa ancora e il sentiero è li davanti a noi: fresco, libero, pronto per essere conquistato.

Il viaggio in auto era troppo affollato di Girolimetto, il clima come sempre agitato. E’ una facciata, certo, ma non vedi l’ora di arrivare a destinazione e metterti in cammino. Un cielo così sereno da scompaginare tutti i pregiudizi della stagione: non c’è ombra di nuvola, solo un impietoso sole di mezza mattina.

Siamo in quattro con zaini e scarponi. Il fratello Andrea, l’amica Eliz che viene da Milano ma guarda lontano e Fra, la capo scout del passato tornata per monti. Un gruppetto misto e curioso, un po’ improvvisato. Una scommessa: forse la vinceremo… certamente ci sarà da divertirsi!

Si sale; qualche ora e circa mille metri di dislivello ci dividono dal rifugio Sella, prima tappa di un percorso di quattro giorni tra le cime e le vallate del Gran Paradiso. Un parco, un massiccio, una regione ritrovata dopo tanto tempo: ricordo da bambino che correvo sui prati ai piedi del Rutor, con i birbanti del CAI che la sera erano brilli e al mattino leoni. Nel cuore almeno.

Riscoprire la montagna e quindi la natura, rivivendo le emozioni di quando ero bambino. La meraviglia delle cime, la sintonia con rocce, prati e alberi legati da un equilibrio perfetto. Piccole cose, schegge di un mondo meraviglioso. Ma perché celarlo dentro, tenerlo solo per noi?

La salita è stupenda ma dura. Sudore, come una doccia al contrario: è la misura della fatica, ma anche della gioia. E presto arrivano le soddisfazioni: dalle ampie viste alle persone curiosissime che si incrociano su sentieri imprevisti.

Il gruppetto si studia, prende un po’ le misure, incomincia a tirar fuori gli assi. Mio fratello il suo carattere impulsivo e diretto; Eliz la sua vena artistica e originalissima; Fra la sua vita fra ricerche e indipendenza di lavoro, di relazioni, di sensi. Io mi sento un po’ in mezzo. Sento che anche stavolta mi spetterà il ruolo di conducente. Che ti porta a destinazione e con cui si scambiano due parole, ma forse senza stringere relazioni.

Il fratello s’inventa la spedizione in malga per il formaggio ed è subito pranzo. Poi il rifugio arriva presto: una spettacolare piana di verde dorato con piccoli edifici al centro, quella che si direbbe vera integrazione con l’ambiente. Posiamo tutto e ripartiamo per due laghetti alpini a pochi minuti di distanza. Il luogo giusto per ammirare e chiacchierare con gli altri e con sé stessi.

E’ la prima foto di gruppo. E’ la volpe sul sentiero. La prima serata che si avvicina, con la birretta dopo una doccia calda per alcuni e fredda gelida per altri. Le prime letture nell’aria frizzante. Sedendoci a cena, sappiamo di approcciarci a quello che è un vero rito nelle camminate in montagna, uno dei motivi per cui si resta a dormire in rifugio.

Il Sella è una classica struttura del CAI, una delle numerose che caratterizzano le Alpi italiane. Minestrone o pasta al pomodoro? Tacchino o salsiccia? Budino o torta? In pochi minuti si crea l’atmosfera giusta condita di battute, risate, piccole scenate e naturalmente qualche canto improvvisato.

La serata è anche il momento delle carte e degli amari. Qua in Gran Paradiso, sono rigorosamente Genepì e Grolla a farla da padroni, anche sul nostro tavolo. Bello iniziare la prima sera un po’ allegri e con lo spirito alto, nonostante la stanchezza che ereditiamo dalle quotidianità cittadine.

La sera si fa notte piena sopra i miei occhi mentre mi godo lo spettacolo delle stelle dondolandomi su una sedia di fortuna appena fuori dal bar del rifugio. Mi sento quasi inghiottito, risucchiato in un mondo che non è quello di tutti i giorni. Bellezza, armonia con quello che ti circonda. Come non condividere?

Mi addormento con qualche pagina di Krakauer. Sembra che il destino mi abbia messo davanti la storia di questo ragazzo, giovane laureato americano, alla ricerca del selvaggio. Il destino mi ha messo davanti il Wild. Non mi trovo nel continente americano, eppure se annuso bene mi sembra di percepirlo anche qua nel Gran Paradiso. Le notti milanesi sono capaci di tanti bei falò, ma non hanno il cielo che mi sta sopra in questo momento. E neppure quella scintilla di felicità che illumina di tanto in tanto l’oscurità.

Rifugio Chabod – 9 Agosto

La giornata che ci aspetta a davvero dura, la più dura dell’intero percorso. Non ho forse mai incluso una tappa così lunga e faticosa in una camminata da quando giro con lo zaino in spalla. Una vera sfida: oltre 1500 m. di dislivello solo in salita divisi in due colli che superano abbondantemente i 3000 m.; due discese scoscese e pietrose, di quelle che falciano le gambe; e una ferrata complicata dagli ingombranti zaini. Senza dimenticare il sole che picchia diretto e schietto, come solo a certe altitudini può fare.

Ma la prima mattina è baciata da una splendida alba, colori caldi intensi e profumo di caffelatte a risvegliare gli animi. Come spesso succede, si fissa un’ora di partenza che poi non si rispetta mai: esce un po’ di tensione che la salita fa digerire immediatamente assieme alla poderosa colazione.

Capiamo quale sarà il ritmo della giornata dopo i primi tornanti: sudore, fatica, soddisfazioni. Siamo accompagnati dalla luce che cambia di colore e d’intensità, da molti stambecchi e da rive di erba e sassi dai riflessi inediti. Lo spirito si allarga fino a superare il Col Lauson, oltre le cime del Gran Paradiso, dentro la vita che ci regala passioni, dolori e gioie.

Il colle, il primo 3000, lentamente arriva sotto i nostri piedi e lo festeggiamo degnamente: spuntino e foto d’occasione in un quadretto dall’orizzonte aperto per un cielo così blu e limpido da ricompensare per tutta la pioggia di questi mesi.

Si riparte, i tempi sono serrati ed in montagna non bisogna mai perdere la concentrazione. Ci infiliamo in una discesa lenta, fredda e monotona, che lascia spazio per le chiacchiere ed il caso. Il gruppetto sembra perdere a poco a poco le distanze sentendosi meno estraneo. Ma come sempre in cammino, la conferma non può che venire dalla salita: il secondo colle, una difficile e spigoloso 3000, sarà un banco di prova formidabile.

Prendiamo a risalire in un’interminabile serpentina sempre più ripida, che percorre il letto del fiume generato dall’antico ghiacciaio del Neyron, ormai ridotto ad una lingua bianca sporcata dai sassi che affiorano. Le difficoltà mettono alla prova le persone, che finiscono sempre per mostrare sé stesse: una bellissima varietà di caratteri e qualche complicazione gestibile con un po’ di impegno.

La ferrata arriva a coronazione di un sentiero progressivamente sempre più difficile e ci unisce tutti. Sono attimi di vera avventura, di nervi tesi, di essenzialità e verità. Infine il colle, la nostra Himalaya personale, è la conquista e la ricompensa più bella: merita una lunga sosta, la contemplazione delle cime, il pasto. Anche qualche lacrima.

Eppure dobbiamo proseguire, fermarsi non è possibile anche se camminiamo già da quasi 7 ore: il rifugio Chabod dista altre 2 o 3 ore di discesa in mezzo ai sassi. Una foto e via, senza rimpianti.

La stanchezza raddoppia e la velocità dimezza, ma l’arrivo finale è così ancora più bello. Ad essere sinceri è anche una sollevazione, un sorriso dove il corpo anticipa lo spirito. Questo tornare alla sostanza delle cose cancella anche le discussioni un po’ nervose su lavoro e vita quotidiana che hanno messo a confronto i diversi caratteri dopo il Col Neyron.

Sarà una sera ricca: non tanto per il rifugio, ristrutturato ma vecchio stile e poco fantasioso, quanto per l’ambiente potente, alpino, decorato da un tramonto che è tutto una scala di colori uno più intenso dell’altro. Sento l’aria della notte a 2700 m., sento il respiro del ghiacciaio del Gran Paradiso, la sensazione di freschezza che scende fino a sfiorarti il viso.

Abbiamo chiuso la giornata, splendida e durissima: 10 ore di cammino, i muscoli che tremeranno tutta notte per lo sforzo. La felicità e l’equilibrio che scaldano invece l’animo e che per una volta ti sembrano raggiungibili, concreti, tangibili. Quel mix che cerco da tempo, che non smetterò di inseguire. Ancora incompleto, ma più vicino di prima.

Rifugio Savoia – 10 Agosto

Ci sono giornate in cui ti svegli e tutto sembra andare storto: male il sonno, difficile l’alzarsi, cattiva la colazione e così via. Ci sono altre mattine in cui ti risvegli e tutti sembra cantare in accordo su note armoniose. L’aria solletica, la colazione carica e la voglia di sole anticipa una grande giornata.

Normalmente invece è un miscuglio di queste diverse sensazioni e molto dipende da come sentiamo e viviamo interiormente. La stanza minuscola non aiuta a restare calmi, ma la colazione sostanziosa riporta il buon umore nel gruppetto. Fuori ci attende un’alba cristallina, dall’aria trasparente e profonda: un invito irresistibile a mettersi in cammino. Che oggi riserva una vera perla naturalistica, il Pian del Nivolé, unico nel suo genere e che, assieme al massiccio del Gran Paradiso, dona originalità e fascino ad un parco davvero magico.

Per raggiungerlo però dovremo camminare tutto il giorno, costeggiare il fianco della montagna, buttarci in valle per risalire dalla parte opposta. Soprattutto perderemo uno dei compagni di strada: Fra, richiamata dal lavoro.

Senza pensarci troppo seguiamo il sentiero che porta verso il rifugio Vittorio Emanuele II fra saliscendi, chiuso in un cono d’ombra micidiale. Il panorama si concentra sulla Val Savaranche, arida e severa, ma il sentiero ci porta infine su un’immensa riva di erba e lastroni di granito dalle forme incredibili che appaga i nostri palati esigenti.

Il granito è il pilastro portante del Gran Paradiso e mi piace pensare che la natura abbia voluto condividerne una parte con noi su questa riva. Una roccia che segna il tempo, che attraversa la storia e rappresenta la saggezza che trascende l’uomo, la sua vita, il suo pensiero. Peccato invece per i ghiacci, ritirati sempre più in angoli oscuri. Peccato per quell’uomo che cerca nella montagna solo le sfide estreme. E peccato per gli altri uomini che la considerano un luogo ideale solo per un pic-nic domenicale o una veloce discesa invernale. Oggi è domenica e fiumane di montanari improvvisati invadono la via che risale al blasonato Vittorio Emanuele II alla ricerca di improbabili esperienze alpine. Tanti anziani e molte famiglie: ma noi giovani dove siamo? Dove abbiamo lasciato la nostra grinta ed il nostro spirito?

Lascio dietro di me questi pensieri e scendiamo a Pont dove sostiamo per il pranzo. L’occasione è buona per ritrovare lo yogurt ed il pane fresco, assaggiare la fontina e concedersi un espresso. Salutiamo Fra che non senza dispiacersi prende la via di Aosta. Per noi invece inizia la salita quotidiana, il giusto prezzo da pagare per lo spettacolo del Colle che si aprirà oltre la Croix sopra di noi.

Questa croce si para davanti allo spettacolo definitivo del gran Paradiso preso nella sua pienezza: un simbolo significativo in una giornata ricca di pensieri spirituali e sensazioni mistiche. Rappresenta anche la porta di benvenuto a uno dei luoghi più belli che abbia avuto la fortuna di vedere.

Bagniamo i piedi in una specchio d’acqua, tastiamo l’erba fresca e scrutiamo il nostro volto riflesso dove anche le montagne sembrano volersi rimirare. Poi camminiamo in rispettoso silenzio, quasi a voler accarezzare il terreno, e ci apriamo nella piana del Nivolé, che solo l’esperienza diretta può descrivere. Lo spettacolo, da questo punto al Col Basei, sarà continuo, da mozzare il fiato.

La giornata però volge al termine. Abbiamo il tempo di incrociare il rifugio Savoia e cercare di schivarlo: per un momento ci accarezza l’idea di un giaciglio più avventuroso e affascinante al rifugio Chivasso. Ma non vogliamo approfittare della buona fede delle persone e ripieghiamo sul primo.

Non sarà certamente una notte in rifugio da ricordare negli annali. Non sarà il tramonto più memorabile del percorso, anche se è quello conclusivo. Non sarà neppure una notte di stelle cadenti, nonostante ricorra San Lorenzo. Ma è certamente l’occasione per festeggiare i discorsi fatti insieme, le belle sensazioni nonostante le difficoltà. Un piccolo grande miracolo che per fortuna, in un modo o nell’altro, non si verifica così raramente.

E’ anche una serata di rivelazioni. Di fulminea lucidità, acerba e imprevista, che rivela verità ancora da metabolizzare nel cuore. Non c’è mai una scintilla precisa, eppure qualche volta eccole lì che non possono sfuggirci. E’ come il risveglio della coscienza da un torpore interiore. La risposta a domande dimenticate. Ma che da senso, da equilibrio: anche di questa magia sono capaci le montagne. Come se camminando si salisse alle altezze superiori della vita.

Una questione di prospettiva. Di persone che si incrociano, si trovano e si perdono. Di vite che si intrecciano. Di voglia di condividere. Di voglia di star soli. Quella delicata sensazione che ci sia un senso, come prima, anche domani. Senza l’ansia di averlo ora, di inscatolarlo, di predeterminarlo. Prendendolo come viene, per come viene. E vivendo davvero nel mentre.

Val di Rhemes – 11 Agosto

Fin dal risveglio la giornata ha il sapore della conclusione. Nonostante davanti a noi ci sia ancora un colle oltre i 3000 m., il rientro sembra ormai prossimo. Si mescolano le sensazioni più diverse, dal sollevamento per la fine delle fatiche alla felicità per il percorso fatto. Ma soprattutto si percepisce già il dispiacere di dover lasciare questi luoghi, di smettere questo viaggio in forma di cammino, di salutare le persone con cui si sono condivisi momenti intensi.

Le emozioni comunque non mancheranno lungo i sentieri conclusivi e potremo finire in vera bellezza la strada. Il risveglio però è difficile, tra colazione scarsa e dolori dovuti alla stanchezza accumulata. Quando siamo stanchi siamo anche meno facili da gestire ed i diversi caratteri non mancheranno di far sentire la loro voce soprattutto nell’interminabile discesa finale.

Meglio riportare al centro il sentiero e lasciare che sia lui a far da padrone mentre ci alziamo sopra il Col del Nivolé… Ci inoltriamo in un mosaico di laghi e prati alpini, lasciamo che la tensione si sciolga nel sudore che traspiriamo e ci riempiamo il cuore. Ancora una volta camminare è purificare, la fatica come una medicina di cui il corpo non andrebbe mai privato.

La via che risale il Col Basei non tradisce le aspettative. Siamo rincorsi dalle nuvole che si alzano veloci, ma il nostro sguardo può spaziare oltre l’immaginabile. Un mare di nebbia in valle, le cime bianche e nere per il controluce della mattina, i riflessi turchini dei laghetti. Troviamo una pace ed una serenità di cui avevamo sete. Al giovane milanese che ormai è in me sembra quasi irreale: è invece un dono splendido.

La salita è anche impegnativa e solitaria, senza anima viva. Porta ad un colle dove si apre un panorama profondo, vario, apparentemente infinito. E’ il punto più elevato, in tutti i sensi, di una mattina spettacolare, una Galleria Borghese della natura, un trattato d’arte all’aria aperta.

Mi sento come in una cattedrale dove fermarmi a pregare. Anche se il credo non è religioso, lo spirito umano s’innalza allo stesso modo. E’ un tempo anche conviviale, tra formaggi e cioccolate; ed è il tempo di fermare delle istantanee, buone domani per risvegliare i ricordi. Perché in qualche modo questo colle è già leggenda nelle nostre vite.

Ho il tempo di cogliere l’immagine perfetta per l’idea di lonely walker che ho in testa, poi le nuvole ci raggiungono cogliendoci alle spalle. E’ tempo di scendere perché il cielo inizia a coprirsi seriamente anche oltre il colle, mentre a noi manca ancora qualche ora di duro cammino. Il metro della lunga e distruttiva discesa è dato dalle pietraie in cui la traccia si perde tra nebbie e rumori sordi. Diamo fondo a tutte le energie e non vediamo l’ora di raggiungere il rifugio Benevolo.

Anche il tempo di salutarsi è arrivato. Eliz resterà al rifugio ad aspettare i genitori, noi scendiamo a farci raccogliere in valle da nostro padre. Ci scambiamo un abbraccio che suona come un arrivederci; riempiamo la borraccia di acqua fresca; ci buttiamo infine a gran velocità per non mancare l’appuntamento. Non c’è molto spazio per altro, il temporale non concede un minuto di più.

Sensazioni miste, contorte e affaticate si alternano lungo gli ultimi tornanti. Sento il puzzo delle auto, capisco di essere ridisceso all’altezza dell’umanità moderna. Si fa presto a incrociare le prime code, a rivedere le agitazioni familiari. Però cosa importa? Sono davvero importanti, mi chiedo?

Mi giro sul sedile posteriore dell’auto e vedo le nuvole inghiottire le montagne: una bella lotta. O forse una bella armonia. La natura che si riprende la natura, la roccia e la terra che si rimescolano con l’acqua ancora una volta. E noi uomini che scappiamo per trovare riparo. Non dovremmo: l’equilibrio è la fuori e la pioggia è solo una fortunata occasione di percepire la grandezza in cui viviamo.

Non voglio dimenticarlo scendendo sempre più in basso, ritornando a casa. Nell’attesa del prossimo cammino.

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