Archive | luglio, 2009

La Compagnia del Devero

31 Lug

Ci sono situazioni in cui tutto sembra sotto controllo; altre in cui ogni elemento si compone in modo autonomo e imprevisto, inseguendo una logica precisa quasi vivesse di un proprio spirito. E ci sono luoghi che troppo spesso non sanno più stupirci, forse perché sterili (loro) e annoiati (noi); ma ci sono ancora scorci e viste che infiammano il cuore e trasportano in altre dimensioni.

La storia che racconto inizia da una grande curiosità e dalla voglia di passare una notte in tenda. Curiosità per quella remota regione del Piemonte che prende il nome di Alto Ossolano, per quei parchi naturali dai nomi leggendari: Alpe Veglia, Alpe Devero e Val Formazza. Voglia poi di sdraiarsi in tenda con il cielo stellato per soffitto in luoghi che solo i più temerari raggiungono, nella serena glacialità degli alti prati incontaminati.

I preparativi sono un calderone di progetti modificati, compagni che si aggiungono all’ultimo, improbabili tentativi di voler fare tutto in zero tempo: come da copione. Poi si parte e si cerca di riguadagnare la giusta serenità. Il viaggio non è lungo e nel tardo pomeriggio riusciamo a mettere gli scarponi sul sentiero. Località definitiva l’Alpe Devero, con percorso da decidere al momento.

Siamo alla fine in sei: mio fratello Andrea, Raffaele, Paolo, Marco e Silvia. Non conosco metà del gruppo e dovremo adattarci alle esigenze della compagnia quanto a tempi e scelte di sentiero. Questa per me è una condizione scontata quando si cammina assieme ad altre persone: non è necessario procedere tutti ammassati, ma la direzione e lo spirito deve essere comune, condiviso.

Saliamo ripidamente evitando la strada asfaltata ed i centri abitati. La natura ci appare immediatamente intensa e ancora selvaggia, lasciando preludere agli alpeggi che attraverseremo poco più in alto. Passiamo alcune stalle e sorprendiamo le vacche dell’alpe Sangiatto mentre si radunano chiamate dai pastori. So bene quale latte dorato producano in appena due mesi questi animali: una volta cagliato intero crudo e cotto brevemente, viene raccolto in forme di media pezzatura e lasciato riposare almeno 60 giorni. Ne esce il Bettelmatt, formaggio raro e unico, prodotto solo da pochi alpeggi.

Pregusto la possibilità di assaggiarlo il giorno successivo all’agriturismo prenotato, dove il proprietario del Sangiatto si offre nelle vesti di ristoratore. Ho deciso che questa camminata deve essere più godereccia e meno impegnativa rispetto alle ultime “imprese”. Lo Stelvio produce i suoi effetti. I passi faticosi, il freddo pungente già alle 20, l’incertezza del non avere un caldo riparo per due giorni, devono avere un senso. Vogliamo divertirci, star bene insieme, godere la natura più vera: tre piccole cose che valgono ben qualche sforzo!

Ci alziamo sopra i 2000m e percorriamo i prati degli alpeggi attorno al Lago di Devero. Sono ripiani di un verde intenso, battuti dal vento da nord e interrotti qua e la da un larice e qualche roccetta, mentre alcuni laghetti di montagna riflettono le cime bianche di fresca neve e le nuvole ornano il lento tramonto. Attraversiamo vaste brughiere di rododendri in fiore dal profumo deciso, cascate di mirtilli ancora senza frutto e campi ricchi degli svariati colori della flora alpina.

Un giorno dovrò imparare a riconoscere i fiori e tutte le piante: soffro questa lacuna che toglie la parola all’emozione di questi incanti. La luce della sera corona ogni cosa di un’aureola dorata e trasforma definitivamente il cammino in un’idilliaca ascensione verso il ripiano dove decidiamo di bivaccare. La contingenza ci riporta alla realtà dei nostri corpi infreddoliti e affamati: c’è giusto il tempo di mangiare e poi dritti in tenda alla disperata ricerca di calore.

La notte intanto si accende di un firmamento senza paragoni. Solo la camminata al Lai da Rims può accostarsi all’intensità di questo momento, con la testa fuori dalla tenda… mi sento trascinato in un’altra dimensione, che non sembra neppure umana, o terrena. Percepisco la grandezza del mondo in cui viviamo, l’unicità della vita che percorriamo. Il tempo e lo spazio svaniscono e per qualche attimo non ho altri sentimenti dentro di me che pace e serenità, calma e quiete. Meglio di un sogno giocato sui propri desideri.

Cerco la mattina tutta notte. La trovo all’alba e mi vesto per percorrerla fino alla cima dei dossi alle spalle delle tende. Una scarsa luce penetra nuvole nere e irradia i monti in lontananza, adombrando nel buio i campi sotto i miei passi. Fanno capolino solo fiori gialli, quelli che io credo siano Mottolina, l’erba fondamentale per il latte d’oro delle vacche locali. Intanto riescono già a rendere ogni cosa dorata e senza dubbio sono un regalo bellissimo per l’uomo che s’inginocchia fra loro meditando qualche minuto.

Scendo lentamente, gustando ogni fruscio d’erba e ogni cambio di luce, per raggiungere le tende ancora immerse nel sonno. Ma la compagnia deve alzarsi, se vuole combinare qualcosa in questa domenica benedetta da ogni elemento del cielo e della terra. Mangiamo con allegria tutto quello che rimane nei nostri zaini, condividendo pane, dolci, miele, tè, cioccolato. Rassettiamo le nostre cose e ci curiamo di lasciare il posto meglio di come lo abbiamo trovato.

Riprendiamo la salita per un breve strappo di 100m e percorriamo un altopiano da poco risvegliatosi dal gelo invernale. Siamo a metà Luglio e ancora attraversiamo chiazze di neve: gli alpeggi più alti sono ancora vuoti, la transumanza è in ritardo. Chissà se questo produrrà formaggi migliori o peggiori: non conosco i segreti di questa arte antica, fatta di sacrifici e rinunce quando condotta con metodi tradizionali.

L’alpe Forno rappresenta per il nostro cammino il giro di boa: da questo punto parte la discesa verso il Lago di Devero e Crampiolo. Il paesaggio cambia rapidamente, puntellandosi nuovamente di larici dagli aghi piccoli e verde chiaro, segno di una primavera senza fine. Il vento spazza e infreddolisce ma il sole si fa prepotente e sulle sponde del lago ci troviamo in un clima caldo e umido, più accogliente. Ma anche più trafficato: sono numerosissimi i turisti a passeggio che se ne infischiano dei falsi cartelli di pericolo lungo il sentiero e spendono la domenica fra le montagne ossolane.

La nostra compagnia intanto ha intessuto vari discorsi che toccano i temi del lavoro e della vita. Si parla di sport, di alimentazione, di italianità e di passioni personali. Alcune ore d’intensa vicinanza favoriscono le relazioni umane, anche se non sono spesso sufficienti per creare solidi legami. Prendo parte ogni tanto al chiacchiericcio ma mi godo anche dei tratti di strada in pieno silenzio, cercando la compagnia di me stesso. Conoscere gli altri richiede tempo e dedizione, allegria e sincerità; ma conoscere sé stessi è ancora meno agevole: ci vuole coraggio e voglia di scavare in profondità.

La compagnia ha bisogno naturalmente di qualcuno che la conduca, e come spesso succede in cammino con il sottoscritto, non c’è bisogno di un’elezione democratica per assegnare il ruolo. Accompagno con lo sguardo la diga del Devero e senza perdere tempo punto sull’agriturismo di Crampiolo: sono le 14 e siamo pronti per degustare le specialità locali, essendocele sudate e meritate. Ma non abbiamo considerato il fatto che questa volta non siamo noi a decidere le regole del gioco.

L’agriturismo si presenta meravigliosamente ma delude. Tanti i turisti in questa frazione di Devero, attirati dalla bellezza del luogo e dalla facile passeggiata adatta a qualsiasi piede e qualunque testa. Impressionante la ressa attorno ai bar ed alle locande, con i proprietari che mettono da parte qualità e sensatezza, cercando di accomodare quante più persone possibile. Ne viene fuori un servizio frettoloso e affaticato, piatti tutti uguali e senza carattere, nessuna tipicità.

Che peccato quel gioco ridicolo sul formaggio, che corona un’esperienza un po’ amara ma molto istruttiva: il Bettelmatt è finito, ma nel misto di formaggi possiamo averne due fettine, sulle quali azzuffarci per averne un assaggio. A cosa è servito attraversare l’alpeggio, informarsi sul prodotto e intrattenersi con il proprietario alla ricerca dell’eccellenza di questi luoghi? Essere trattati come i motociclisti che rombano fino al posteggio e riempiono la pancia in modo meccanico, non mi piace tanto.

Ci avvisano che per provare i piatti veri è necessario venire di sera: per cena tutto è diverso! Ecco l’italianità, questo carattere che amo e odio. Esco e mi avvio per fare due passi conclusivi, di nuovo su al lago, immerso nei pensieri. Rifletto sul fatto che lassù, fra pascoli così belli da mettere in dubbio il primato delle Dolomiti (almeno nel mio cuore), non incontravamo nessuno né di sera né di giorno, nonostante il sentiero agevole e breve. Invece quaggiù si accalcano e si ammassano persone di ogni genere, dallo sportivo invasato al cittadino in trasferta domenicale.

Tutti a cercare lo stesso luogo, tutti vogliosi di ritrovarsi assieme e mescolarsi nella folla. E’ un circolo vizioso che si autoalimenta da anni: particolari località stracolme di turisti (un eccesso che rovina e guasta il contesto alpino), immerse in una moltitudine di luoghi dimenticati e abbandonati, sviliti perché nessuno li valorizza. Penso invece alle tante montagne senza particolari amenità che, in Alto Adige ma anche in Austria e in Svizzera, godono di un turismo più diffuso, disperso su malghe, rifugi, ristori e luoghi interessanti che il camminatore cerca per la tranquillità che sanno ancora donare.

Ma forse è vero, come mi suggerisce Raffo, che l’italiano medio non cerca la pace tra i monti: anche qua cerca i suoi simili, ama i luoghi dove stare in compagnia e poter curiosare gli altri esseri suoi simili. Io non mi sento di questo spirito, forse sono più nordico: guardo ora la nostra Compagnia con occhi diversi, mentre si raccoglie ed affronta gli ultimi km di sentiero verso le auto. Un gruppetto con tutte le diversità e le peculiarità delle persone, con i compromessi e le rinunce necessarie, ma anche con le gioie e l’allegria di tanti momenti. Un piccolo laboratorio dove sperimentare una condivisione diversa. Una via di mezzo fra l’isolamento sterile e l’affollamento sciocco, un prototipo di convivenza fra persone?

La Compagnia del Devero si scioglie davanti alle auto. Ognuno deve prendere la propria strada verso casa e ci aspettano ancora momenti di fatica, incolonnati lungo le strade maestre del turismo montano. Un prezzo che si deve pagare per aver goduto di esperienze così intense, ma anche il frutto di abitudini di vita e di lavoro troppo uguali per tutti: stessi orari, stessi posti, stesso atteggiamento… creano congestione da una parte e vuoto dall’altro. Ma a noi in fondo piace così: genio e sregolatezza siamo, mica rigore e logica.

Questo insegnamento e la certezza di essere sulla strada giusta, diversa e personale, è il raccolto che porto a casa dalle 24 ore spese con la Compagnia. Che spero di ritrovare ancora sul mio cammino!

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Correnti nel mare ligure

28 Lug

Ci sono volte in cui mi sento davvero un montanaro lontano dalla propria riserva. Trapiantato in città, adattato (per quanto ancora?) ad una vita distante da rocce e foreste fruscianti. Nessuno certo mi scambierebbe per un lupo di mare, nonostante io e l’acqua ci incontriamo regolarmente nelle file ordinate della piscina Mincio a Milano.

Al mare prediligo le montagne. Ma non provo per le acque salate alcuna forma d’odio. Non mi piace l’ozio vuoto e immobile; non amo l’accanimento dei bagnanti sulla natura marina; disapprovo il turismo preconfezionato. Ma il mare esercita anche su di me il suo forte fascino. Vorrei riscoprirlo nella dimensione che mi appartiene: un libero girare tra coste e cittadine dove poter ancora respirare le storie dei viaggiatori e la magia delle correnti più profonde.

Genti conservate, sotto sale

A inizio Luglio ho potuto dare una prima sbirciata, come il bambino che osserva l’approdo ancora lontano col naso pigiato sull’oblò. Con una ciurma di amici universitari e milanesi, grazie alla premurosa ospitalità di Eliz, mi sono immerso nel Levante Ligure all’altezza di Portofino, lasciandomi trascinare da correnti e maree, tra speranze e crude realtà.

Santa Margherita Ligure appare bellissima dall’alto delle colline, soprattutto la sera e la mattina quando il cielo delicatamente velato rende ogni cosa misteriosa. Il digradare irregolare delle rive è puntellato di appartamenti-fotocopia e case storiche con le finestre decorate: davvero solo per risparmiare e non per ornare? Milanesi ricchi d’apparenza, italiani d’ogni porto e stranieri come mosche sul miele sembrano contagiati dalla stessa malattia: un’irrefrenabile voglia di ammassarsi assieme.

I bar sono pieni fin dalle prime ore del giorno, le spiagge traboccano di bagnanti, per una buona focaccia bisogna sgomitare e sono poche le vie che concedono un po’ di tregua. Solo la camminata attorno alla baia di San Fruttuoso ci permette di scoprire la bellezza dei boschi che si gettano a picco nel blu profondo del mare. Anche qui tanti diversi volti, tanti strani caratteri che incredibilmente si sopportano in fazzoletti di terra minimi. Eppure regna la natura e la tradizione del posto sopra ogni cosa.

Portofino invece mostra arrogante la sua unicità: i gioielli architettonici e gli ospiti illustri con il portafogli tronfio. Noi umili passanti, costretti alle code per il posteggio, ci obblighiamo alla passerella davanti ai grandi yacht come fossero opere d’arte. Ridicolo come siamo capaci di contribuire allo splendido squallore del nostro tempo, dove l’ombra della celebrità e del potere ci attraggono più della serenità riscoperta sul solitario scoglio aperto davanti alle acque sconfinate.

Anche il mare fa parte del gioco, purtroppo. Prima di rientrare in città ci dedichiamo a fare i bagnanti: l’acqua c’è, non proprio limpida; la spiaggia pure, anche se affollata; i vari modi per spillare soldi ai turisti operano meticolosamente… ma non ci scoraggiamo e sguazziamo nell’acqua dimenticando per qualche ora Milano ed il lavoro.

Eppure lo stress non si scioglie così facilmente, come sale in eccesso in acqua già troppo salata. Meglio saltare pranzo e prendere il sole, forse. Ma non è cosa da me!

Crosta croccante, cuore morbido

Crosta croccante, cuore morbido

Sgomitare per una striscia di morbida e croccante focaccia, né troppo salata né troppo oliosa, alta ma sottile, gustosa da spingere all’indigestione: un sogno realizzato! Così come il pesto, e la pasta fresca all’uovo, e le verdure estive, e infine la frutta matura. Non è mancato nulla in appena 48 ore. Abbiamo spezzato il pane e tagliato il pomodoro in riva al mare. Banchettato sul balcone di casa fino a respirare l’aria della sera. Degustato piatti tipici nel vero cuore di Recco.

Invece è triste vedere quanti locali falsamente caratteristici ci siano per le vie. Quante panetterie che si lodano da sole, ingannando il passante con vane promesse. Ci sono tradizioni che rischiano di sparire non solo perché obliate dalla memoria collettiva delle genti locali, che locali non sono più: purtroppo la tradizione diventa merce con estrema facilità, e questa subisce l’influenza di mode, tendenze, rivisitazioni senza testa ne coda.

Pochi riescono bene nelle sperimentazioni. Alcuni dietro a loro falliscono. Molti purtroppo approfittano per profitto: mescolano le carte, appiattiscono la qualità, speculano senza pudore. Non creano certo crisi finanziarie: contribuiscono solo al cronico squilibrio alimentare generalizzato. Abbiamo bandito carni e grassi prima, lievito e pasta dopo, finendo per esaltare le proprietà della chimica. Mio nonno se potesse direbbe che “semm tutt matt”, lui che ogni giorno prendeva il burro per cucinare e si è fidato solo di sé stesso, perché aveva imparato a conoscersi.

Una banda, fuori onda

Una banda, fuori onda

Non sono un esperto di mare, ma posso camminare anche sulle mulattiere liguri perché è un gesto che fa parte del mio spirito, ovunque battano i piedi e si posino gli occhi. Riscoprire luoghi sacri del turismo di massa con la lenta e calma prospettiva del camminatore mi piace sempre più. Lo trovo un modo per stringere un nuovo patto con ciò che ci circonda e con le altre persone. Rifondare legami su basi ancora più solide.

La compagnia è sempre una sfida che si vorrebbe vincere al primo scatto. Se la chimica delle persone funziona bene tutto diventa facile e leggero, bello e sensato. Se le cose non vanno nel modo sperato, cerchiamo di ingannarci e di mascherare il disagio, rattoppando una veste che rischierà di non abbinarsi con nessun colore. Le relazioni, come gli impasti naturali del pane, hanno invece bisogno di tempo, il bene più prezioso della nostra epoca.

La lontananza dilata lo spazio e invecchia le amicizie. La frenesia maschera gli animi e ci obbliga a ridicole overdosi di socialità senza spessore. Aveva ragione Einstein: tempo e spazio si modificano oltre una certa velocità… e oggi è tutto sempre più veloce, sempre senza respiro. A ben guardare, 48 ore al mare in compagnia sono anche un micro laboratorio di condivisione. La prossimità obbligata, le scelte comuni, il confronto fra personalità sono un’occasione unica di scoprire. E di scoprirsi.

Ci sono sempre sconfitte e vittorie. Sguardi d’intesa si affiancano a gesti sconsolati tra una camminata, un viaggio in auto, un’ora di abbronzatura, una sera nelle vie affollate, una cena né carne né pesce. Perché la condivisione è entrambe le cose, una ricetta difficile da replicare e per questo unica. Voglio far tesoro della sorprendente esperienza in compagnia nel Levante Ligure, l’ultima camminata marina per chissà quanto tempo.

In cammino su una personale creuza de ma, immerso nelle onde irregolari del proprio mare profondo.

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Oh Stef, Where Art Thou?

13 Lug

Un giorno di pieno Agosto, col sole che fondeva la 206 e squagliava tanti sportivi su per la strada del Passo dell’Umbrail, avevo deciso che avrei fatto lo Stelvio in bicicletta anche io. Potevo farcela, sembrava bellissimo e spettacolare, una grande impresa. Amici senza particolari referenze l’avevano già fatto in passato. E l’idea mi aveva conquistato.

Un sabato senza sole di metà Luglio ho scalato lo Stelvio con la vecchia MTB: sono salito e sono sceso, ma non so ancora bene come. Sono ancora tutto intero e nonostante una stanchezza incredibile, mi sento bene. Però su quei 48 tornanti ho oltrepassato i miei limiti, e ne conservo una strana sensazione.

Non mi interessa tanto l’impresa: quanti km e quante ore. Sono tanti e sono parecchie, per chi sale da Prato allo Stelvio e scende per la Val Müstair compiendo un giro ad anello su Malles. Eppure tutti mi superavano, non solo motociclisti (odiosi) e automobilisti (troppo facile): decine di ciclisti, che salivano come gazzelle libere in una savana di roccette. In fondo è solo un passo di montagna, nulla di impossibile.

Al mattino invece mi sveglio e devo attardarmi per pagare il campeggio. Mi salta la valvola di una gomma e devo cambiare camera d’aria. Rivoluziono tutto e parto tardissimo, il tempo gira e so che potrebbe piovere. Ma al freddo dei 2700 m. con neve e vento gelido non ero preparato. E non pensavo che avrei sofferto tanto, mai così tanto. Una salita come un calvario, una sosta dolorosa e glaciale, senza pace, una discesa mortale a razzo per riconquistare un po’ di calore.

Fino a prima dello Stelvio le  mie camminate erano state cose facili: mai fino ai limiti, soprattutto mai andato oltre. Fatica e sudore, rischio e pericolo anche: ma sempre al di qua di una sottile linea rossa. Infranta sullo Stelvio. Ad ogni pedalata mi sono sentito morire, mi sarei gettato a terra ansimando, avrei gettato la spugna…

Invece ho continuato, ripetendomi che si poteva, si doveva, che era quasi fatta. Quattro ore di nastro rotto sulla stessa sinfonia, senza alcun piacere. Neanche la vista. Ma sono arrivato in cima, ho conquistato lo Stelvio, ce l’ho fatta!

E perché? Cosa l’ho fatto a fare il passo più ambito d’Italia? Neanche il tempo di rispondermi, volevo solo scendere e smettere di soffrire. Scarsa ricompensa, inutile conquista.

Stelvio

Ho imparato sullo Stelvio una lezione importante: merito della stupidità con cui ho preteso di fare qualcosa sopra le mie capacità senza sufficiente esperienza. La forza di volontà mi ha salvato, mi ha sorretto: ora so quanto nascondiamo dentro. Siamo capaci di dare molto più di quanto normalmente mostriamo; ma è come se non lo sapessimo, perché non ci spingiamo mai oltre i limiti a curiosare. E sono tornato a casa con la particolare sensazione che per ogni cosa ci deve essere un senso. Uno sforzo fisico fine a sé stesso non ha senso, almeno per me. Salire e scendere lo Stelvio per fare l’impresa è scioccamente umano, tristemente sterile. Alla fine, fanno forse meglio i motociclisti: almeno condividono la compagnia e mettono da parte qualche bel ricordo per il letargo invernale.

Ho fatto poco di buono questo sabato senza sole di metà Luglio. Ma non è stato tempo sprecato: ho imparato a superare i miei limiti e compreso che va fatto solo quando ne vale la pena.

Forse, lo Stelvio era l’unico modo per mettere Stef sulla giusta strada. O altrimenti, dove sarebbe ancora?